{"id":2045,"date":"2016-09-17T08:59:54","date_gmt":"2016-09-17T06:59:54","guid":{"rendered":"http:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/?p=2045"},"modified":"2016-09-17T11:48:21","modified_gmt":"2016-09-17T09:48:21","slug":"sognando-lindia-impressioni-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/?p=2045","title":{"rendered":"SOGNANDO L\u2019INDIA &#8211; IMPRESSIONI&#8230;"},"content":{"rendered":"<p align=\"center\">SOGNANDO L\u2019INDIA<\/p>\n<p align=\"center\"><i>Impressioni di viaggio<\/i><\/p>\n<p align=\"center\"><i>fra realt\u00e0 e fantasia<\/i><\/p>\n<p align=\"center\">LETTURE<\/p>\n<p align=\"center\">(Scelte da Luca Pivano)<\/p>\n<p align=\"center\">DA<\/p>\n<p align=\"center\">GUIDO GOZZANO<\/p>\n<p align=\"center\">(Torino 19 Dicembre 1883 \u2013 Torino 6 Agosto 1916)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Da <i>I colloqui<\/i> (1911)<\/p>\n<p>LA SIGNORINA FELICITA OVVERO LA FELICIT\u00c0<\/p>\n<p>I.<\/p>\n<p>Signorina Felicita, a quest\u2019ora<\/p>\n<p>scende la sera nel giardino antico<\/p>\n<p>della tua casa. Nel mio cuore amico<\/p>\n<p>scende il ricordo. E ti rivedo ancora,<\/p>\n<p>e Ivrea rivedo e la cerulea Dora<\/p>\n<p>e quel dolce paese che non dico.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>VIII.<\/p>\n<p>Nel mestissimo giorno degli addii<\/p>\n<p>mi piacque rivedere la tua villa.<\/p>\n<p>La morte dell\u2019estate era tranquilla<\/p>\n<p>in quel mattino chiaro che salii<\/p>\n<p>tra i vigneti gi\u00e0 spogli, tra i pendii<\/p>\n<p>gi\u00e0 trapunti da bei colchici lilla.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Forse vedendo il bel fiore malvagio<\/p>\n<p>che i fiori uccide e semina le brume,<\/p>\n<p>le rondini addestravano le piume<\/p>\n<p>al primo volo, timido, randagio;<\/p>\n<p>e a me randagio parve buon presagio<\/p>\n<p>accompagnarmi loro nel costume.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00abViaggio con le rondini stamane\u2026\u00bb \u2013<\/p>\n<p>\u00abDove andr\u00e0?\u00bb \u2013 \u00abDove andr\u00f2? Non so\u2026<\/p>\n<p>v\u00efaggio per fuggire altro v\u00efaggio\u2026<\/p>\n<p>Oltre Marocco, ad isolette strane,<\/p>\n<p>ricche in essenze, in datteri, in banane,<\/p>\n<p>perdute nell\u2019Atlantico selvaggio\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Signorina, s\u2019io torni d\u2019oltremare<\/p>\n<p>non sar\u00e0 d\u2019altri gi\u00e0? Sono sicuro<\/p>\n<p>di ritrovarla ancora? Questo puro<\/p>\n<p>amore nostro salir\u00e0 l\u2019altare?\u00bb<\/p>\n<p>E vidi la tua bocca sillabare<\/p>\n<p>a poco a poco le sillabe: giuro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Giurasti e disegnasti una ghirlanda<\/p>\n<p>sul muro, di viole e di saette,<\/p>\n<p>coi nomi e con la data memoranda:<\/p>\n<p>trenta settembre novecentosette\u2026<\/p>\n<p>Io non sorrisi. L\u2019animo godette<\/p>\n<p>quel romantico gesto d\u2019educanda.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le rondini garrivano assordanti,<\/p>\n<p>garrivano garrivano parole<\/p>\n<p>d\u2019addio, guizzando ratte come spole,<\/p>\n<p>incitando le piccole migranti\u2026<\/p>\n<p>Tu seguivi gli stormi lontananti<\/p>\n<p>ad uno ad uno per le vie del sole\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00abUn altro stormo s\u2019alza!&#8230;\u00bb \u2013 \u00abEcco s\u2019avv\u00eda!<\/p>\n<p>Sono partite\u2026\u00bb \u2013 \u00abE non le salut\u00f2!&#8230;\u00bb \u2013<\/p>\n<p>\u00abLei devo salutare, quelle no:<\/p>\n<p>quelle terranno la mia stessa via:<\/p>\n<p>in un palmeto della Barberia<\/p>\n<p>tra pochi giorni le ritrover\u00f2\u2026\u00bb<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Giunse il distacco, amaro senza fine,<\/p>\n<p>e fu il distacco d\u2019altri tempi, quando<\/p>\n<p>le amate in bande lisce e crinoline,<\/p>\n<p>protese da un giardino venerando,<\/p>\n<p>singhiozzavano forte, salutando<\/p>\n<p>diligenze che andavano al confine\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>M\u2019apparisti cos\u00ed come in un cantico<\/p>\n<p>del Prati, lacrimante l\u2019abbandono<\/p>\n<p>per l\u2019isole perdute dell\u2019Atlantico;<\/p>\n<p>ed io fui l\u2019uomo d\u2019altri tempi, un buono<\/p>\n<p>sentimentale giovine romantico\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quello che fingo d\u2019essere e non sono!<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p align=\"right\">Alla sorella Erina.<\/p>\n<p align=\"right\">Piroscafo Raffaele Rubattino. \u00a0Mar Rosso.<\/p>\n<p align=\"right\">Mercoled\u00ed 28 [febbraio 1912]<\/p>\n<p>Cara Erina,<\/p>\n<p>eccoci alla fine di questo lunghissimo mare; la traversata (che dur\u00f2 da Suez quasi otto giorni) fu pi\u00fa lunga di quella famosa degli Ebrei, ma credo fu pi\u00fa divertente: abbiamo avute tutte le pi\u00fa piacevoli emozioni, da quella biblica del Monte Sinai al quale siamo passati vicinissimi, a quella patriottica di Massaua dove fummo fermati dalla flotta italiana e due torpediniere di guerra, il <i>Granatiere<\/i> e il <i>Garibaldino<\/i>, ci scortarono tutto il giorno per tutelarci dai Turchi dell\u2019Arabia.<\/p>\n<p>Questa sera alle 10 si giunge ad Aden dove imposter\u00f2 questa mia e spero di trovare vostre notizie. Le notizie nostre non potrebbero essere migliori. Salute pi\u00fa che soddisfacente, non un accenno di mal di mare, non il pi\u00fa piccolo disturbo.<\/p>\n<p>Mi sono abituato al <i>menu<\/i> inglese, che non \u00e8 poco! E questa vita metodica di bordo \u00e8 veramente fatta per ristabilire in salute: credo lasceremo la nave con vivo rimpianto. Ormai siamo di casa e in ottima amicizia con tutti. Il caldo e la luce sono di un\u2019intensit\u00e0 della quale non si ha l\u2019idea, nemmeno nel mese di Agosto: eppure non abbiamo il minimo accenno di disturbo; forse per l\u2019aria marina che mitiga l\u2019afa.<\/p>\n<p>\u00c8 il trionfo dei magri, perch\u00e9 le persone un po\u2019 floride sono ridotte all\u2019inerzia completa e alla trasudazione a getto continuo\u2026 Siamo tutti vestiti di bianco, con abolizione completa di maglie; alla sera, per\u00f2, bisogna fare mezz\u2019ora di toilette e indossare lo smoking; \u00e8 l\u2019abitudine assoluta e anche in India, mi dicono, sar\u00e0 cos\u00ed: di giorno in camicia e alla sera in abito da societ\u00e0\u2026<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>Siamo un discreto numero di viaggiatori: parecchie Signore, ma tutte passatelle; quasi tutti inglesi che ritornano in India dopo aver fatto il viaggio in Europa: uno strano ambiente che ti descriver\u00f2 a voce.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>Saremo a Bombay al 5, con qualche ritardo per le formalit\u00e0 e gli arresti fuori itinerario dovuti fare nei paraggi della guerra; per un\u2019altra settimana intera non avrete notizie, ma sappiate che meglio di cos\u00ed non sono stato mai! Dimmi anche se al ritorno dovr\u00f2 portare delle penne di struzzo: se ne vedono su tutte le coste d\u2019Arabia delle bellissime, bianche, gregge. Le Signore nostre compagne ne comprano molte.<\/p>\n<p>Suona la prima campana di pranzo e bisogna correre a vestirci. Sono le sei e mezzo di sera; penso che a Torino \u00e8 mezzogiorno: ci sediamo a tavola con un\u2019ora cos\u00ed diversa. Che cosa strana!<\/p>\n<p>Dirai a Francesco che spero di portargli una messe di francobolli meravigliosi. Bacia lui e tutti per me! Ti raccomando Mamma e sue dettagliate notizie.<\/p>\n<p>A te, con Pippo e Mamma Giordano un abbraccio affettuosissimo.<\/p>\n<p align=\"right\">Gustavo<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p>Da <i>Verso la cuna del mondo \u2013 Lettere dall\u2019India<\/i> (1917)<\/p>\n<p>LE GROTTE DELLA TRIMURTI<\/p>\n<p align=\"right\">Bombay, 8 dicembre 1912<\/p>\n<p>Garapuri: \u00abcitt\u00e0 degli antri o Deva Devi, isola degli Dei\u00bb, quella che gli occidentali chiamano Elefanta: \u00e8 forse la pi\u00fa bella gita che offra Bombay, certo quella che unisce in minimo spazio i motivi esotici pi\u00fa interessanti pel forestiero. Ma difficilmente un inglese, un nativo tanto meno, la propone al suo ospite. [\u2026] E veramente non si viene in India per questo. [\u2026] Gli inglesi vanno ad Elefanta per due cose soltanto: mangiare e fare all\u2019amore. Il vaporino che supera le sei miglia di mare dall\u2019isola di Bombay all\u2019isola di Elefanta, \u00e8 in gran parte occupato da famiglie merendanti e da coppie amorose: viaggio al paese di cuccagna, <i>embarquement pour Cith\u00e8re<\/i>\u2026<\/p>\n<p align=\"center\">* * *<\/p>\n<p>Ma oggi non \u00e8 domenica, [\u2026] e l\u2019immensa rada di Bombay non \u00e8 paralizzata dall\u2019inesorabile riposo festivo, offre tutta la policromia [\u2026], la bellezza varia della sua attivit\u00e0. Dobbiamo attraversare il porto della grande metropoli asiatica; la lancia passa come un moscerino ronzante tra i fianchi delle navi: navi di tutta la terra: inglesi, francesi, olandesi, giapponesi, australiane, americane; di tutti i tempi: colossali alcune, nuove, intatte, saggio imponente dell\u2019ultima civilt\u00e0; altre di forma arcaica, di et\u00e0 non definibile, zattere immense con una sola grande vela, che osano attraversare l\u2019Oceano Indiano dall\u2019Africa all\u2019India, affidandosi per lunga esperienza a quel dato soffio di monsone in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti, che ignorando l\u2019istmo di Suez, troppo esoso di tasse per azzardarvi il passaggio, ripetono il loro viaggio secolare circumnavigando l\u2019Africa, l\u2019Arabia, la Persia; velieri panciuti, d\u2019una tinta uniforme di vecchio legno fradicio, dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi, cos\u00ed decrepiti che fanno pensare alle galee portoghesi che ripararono per la prima volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri, ai pirati che furono per tanti secoli i signori indisturbati di questi mari e di queste terre.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>Tutto il porto d\u00e0 il senso della schiavit\u00fa, ma non \u00e8 un senso penoso. [\u2026] Sulle navi, da nave a nave, su corde tese, su scale pendule, su palafitte, \u00e8 un brulichio di forme nere; tutti <i>ind\u00fa<\/i> di bassa casta, che vanno, vengono in file ordinate ed opposte come le formiche, o si passano dall\u2019uno all\u2019altro, in catena, le gerle di carbone, le balle di cotone, i caschi di banane, le casse di spezie. \u00c8 strano come questa misera, infima gente abbia innata la scienza della grazia, l\u2019armonia del passo, del gesto, dell\u2019atteggiamento. Tutti cantano lavorando, com\u2019\u00e8 costume nelle citt\u00e0 orientali. \u00c8 una melopea a denti chiusi, che nell\u2019attimo dello sforzo o dell\u2019intesa si accentua con un ritmo pi\u00fa forte e produce nell\u2019insieme l\u2019effetto di una orchestra ronzante, monotona, non priva di dolcezza.. Ci sono donne tra quegli infelici; sono ignude, con un panio alle reni, ma si stenta a riconoscerle; quasi tutte son vecchie; il tempo, la fatica hanno riassorbito il seno, fatte angolose le spalle, rudi le braccia, maschile tutta la persona. Infelici? Forse no; certo meno infelici, dacch\u00e9 l\u2019europeo li ha emancipati dalla crudelt\u00e0 delle caste. Poich\u00e9 quasi tutti sono <i>paria<\/i>, cio\u00e8 \u00abnon salvabili\u00bb, da meno dei corvi e dei cani, creature che si potevano uccidere impunemente, poich\u00e9 fuori dal ciclo evolutivo, escluse per l\u2019eternit\u00e0 da ogni speranza, dannati in vita e in morte per la sola colpa di essere nati. Ora la maggior parte ha sul petto di bronzo la scapolare, ha nel cuore, rozza ed incerta, ma consolante, l\u2019idea di una possibile salvezza, la speranza di poter pretendere dalla morte ci\u00f2 che non ha dato la vita.<\/p>\n<p align=\"center\">* * *<\/p>\n<p>Il porto interminabile ci resta a poco a poco alle spalle: dirada la selva dei piroscafi, dei velieri, delle giunche; qualche zattera vaga ancora sul mare di stagno, sul quale emergono frequenti le pinne dorsali degli squali o balzano improvvisi, a frotte, i pesci volanti. Cielo e mare si confondono in una calma eguale, senza limiti, incolore. Si ha l\u2019impressione di navigare nel vuoto; al tempo delle origini, [\u2026] quando le acque e i cieli immobili dovevano avere questo silenzio di attesa.<\/p>\n<p>Ma d\u2019improvviso, come sospesa nello spazio, disegnata sopra una parete di cristallo, si profila l\u2019isola di Elefanta, tutta verde, e dopo l\u2019isola la fascia fulva della terra ferma coronata dalla catena dei Gati: il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto sanguigno. [\u2026]<\/p>\n<p>Sono le dieci del mattino. Il caldo \u00e8 cos\u00ed soffocante che la corsa della lancia non d\u00e0 refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia tenda, si fa sentire sulla fronte, contro le gote, con l\u2019ardore di un braciere troppo vicino. [\u2026] Il caldo provoca i miraggi, scompone l\u2019aria, la fa vibrare, oscillare tremolante all\u2019orizzonte; l\u2019isola d\u2019Elefanta, gi\u00e0 prossima, s\u2019addoppia, si riflette, [\u2026] s\u2019avvicina, s\u2019allontana, scompare.<\/p>\n<p>Quando riappare, siamo giunti. E finalmente approdiamo alla riva.<\/p>\n<p align=\"center\">* * *<\/p>\n<p>Risaliamo la collina che s\u2019innalza ripida sul mare: due cose sono interessanti in quest\u2019isola: non il <i>lunch<\/i> e l\u2019amore degli inglesi domenicanti, ma la vegetazione e i templi famosi. Per la prima volta, dacch\u00e9 sono a Bombay, vedo in libert\u00e0 selvaggia la flora tropicale. [\u2026]<\/p>\n<p>Qui \u00e8 la natura soltanto, la flora demente, senza freni e senza nome. [\u2026] A tratti la vegetazione s\u2019intreccia sul nostro capo, forma un corridoio verde, dove il sole giunge tremulo come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti neri, diritti come colonne delle <i>palme-palmira<\/i>, \u00e8 il groviglio delle liane che allacciano d\u2019albero in albero tutta la foresta, e fanno dell\u2019isoletta un fascio di verzura emerso dal mare.<\/p>\n<p>Vorrei uscire dal sentiero, internarmi sotto gli alberi, nel refrigerio della notte verde, ma i <i>boys<\/i> e gli amici si oppongono recisamente: \u00e8 l\u2019ora calda, l\u2019ora dei cobra, e i cobra abbondano nell\u2019isola sacra.<\/p>\n<p>A met\u00e0 della collina s\u2019apre il tempio famoso. \u00c8 un ipogeo che [\u2026] consta di varie grotte scavate in una pietra nera, simile al porfido. Le colonne si moltiplicano all\u2019infinito, pendono spezzate dalla volta tenebrosa, o s\u2019innalzano monche come stalattiti. [\u2026] Sebbene mutilato dai millenni, dalle infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo mussulmano e portoghese, presenta ancora una sintesi completa e imponente dell\u2019olimpo brahamino; olimpo complicatissimo, difficile da chiarire per chi non ha speciali attitudini nel collegare le parentele numerose. Domina nella grotta principale un altorilievo di forse quindici metri, raffigurante un corpo formidabile a tre teste, la <i>Trimurti<\/i> famosa: Siva che crea, Wisnu che conserva, Rudra che distrugge. Ma questa trinit\u00e0 s\u2019incarna all\u2019infinito, si trasforma nei bassorilievi dei porticati semibui in mille altre figure, animali ed umane, che nel gesto e negli atti denunciano il gusto di un simbolismo aberrante. [\u2026] Ovunque, nel tempio, impera il <i>Civa-Lingam<\/i>, ed \u00e8 strano questo simbolo procreatore in una religione dove il supremo bene \u00e8 il non essere nati, o essendo nati annichilirsi al pi\u00fa presto. Ma \u00e8 certo il mio cervello profano d\u2019occidentale che non comprende l\u2019occulto senso della pietra scolpita. L\u2019impressione tuttavia di questo ipogeo troppo vasto, umido, oscuro, non animato che dallo squittire dei pipistrelli e dallo stillicidio delle infiltrazioni, \u00e8 tetra, non religiosa. Queste figure, ad esempio, che ricorrono su tutte le arcate d\u2019ingresso e rappresentano uomini armati recanti il sesso nella mano protesa, e al posto del sesso un teschio che ride, d\u00e0nno veramente un brivido d\u2019orrore. E quelle altre, che sembrano balzare dalle pareti, precipitarsi furibonde contro i poveri mortali, armate di clave, di lancie, di braccia multiple per meglio ferire, d\u00e0nno il senso dell\u2019idolatria paurosa; vien fatto di domandare a questi numi il perch\u00e9 di tanto furore e cos\u2019altro ancora riserbino ai miseri mortali peggiore della vita, peggiore della morte. [\u2026] E davvero chi viene d\u2019Europa dopo aver sfogliato i sacri testi indiani e aver chiesto qualche ora di conforto alle sublimi speculazioni dei Veda e degli Upanesed, resta deluso e sdegnato dinanzi a questa teogonia barbara e selvaggia. Ma \u00e8 il destino fatale di tutte le religioni che diventano culto, di tutte le fedi che si fanno pietra, metallo, colore, forma: idolatria.<\/p>\n<p>A queste malinconie certo non pensano i visitatori dell\u2019ipogeo d\u2019Elefanta: sulle trenta mammelle della dea Dassavi, sulla tiara delle Apsare, sulla fronte ampia, elefantina di Ganesa, il temperino ha segnato nomi, date, cuori trafitti, ghirlande di rose all\u2019amore che passa. Precisamente come da noi.<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p align=\"right\">Alla sorella Erina.<\/p>\n<p align=\"right\">Kandy \u2013 Ceylon (India)<\/p>\n<p align=\"right\">[marzo 1912]<\/p>\n<p>Cara Erina,<\/p>\n<p>con Mamma Giordano vi unisco nel mio ricordo, perch\u00e9 mi siete ugualmente care. Spero avrete avute le mie notizie precedenti. Solo oggi ho avuta una lettera di Mamma rimbalzata da Bombay (data da Torino 23 febbraio). Vi scrivo su cartoline imbustate perch\u00e9 sciolte non arrivano, ma nessuna fotografia pu\u00f2 riprodurre l\u2019orgia di vegetazione meravigliosa che ci circonda. \u00c8 un vero eden, che entusiasma anche me, cos\u00ed poco facile alle esaltazioni.<\/p>\n<p>Abbiamo avuto dal prof. Castellani (una celebrit\u00e0 medica che tiene fra questi inglesi il posto che tiene Murri in Italia) due inviti a pranzo; si mise a completa nostra disposizione, ci fece fare in automobile un giro di mezza giornata; tutto questo un pochino nella speranza d\u2019un articolo su di lui nell\u2019<i>Illustrazione Italiana<\/i>, a proposito dei suoi studi sulla malattia del sonno. Perch\u00e9 fra le altre delizie c\u2019\u00e8 qui un malanno che fa dormire per sei mesi di seguito. La stagione micidiale per gli Europei comincia alla fine di Maggio e verso la met\u00e0 dovremo abbandonare quest\u2019isola incantevole, anche per l\u2019<i>anemia<\/i> delle tasche che qui procede in modo spaventoso\u2026<\/p>\n<p>Non gi\u00e0 che i prezzi siano incredibili; costa quanto in Svizzera o in Riviera, ma tu sai per esperienza le tariffe degli H\u00f4tel. Quindi alla fine di maggio saremo di ritorno.<\/p>\n<p>Perdonate la fretta di questa mia, ma parte quest\u2019oggi il corriere d\u2019Europa e devo imbucare. Vi abbraccio! Salute ottima; morale ottimo!<\/p>\n<p>Vi abbraccio.<\/p>\n<p align=\"right\">Gustavo<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p>Da <i>Verso la cuna del mondo \u2013 Lettere dall\u2019India<\/i> (1917)<\/p>\n<p>IL VIVAJO DEL BUON DIO<\/p>\n<p>I Signori dell\u2019India non sono gl\u2019Indiani. E non sono nemmeno gl\u2019Inglesi. I signori dell\u2019India sono gli animali. I corvi, anzi tutto; \u00e8 l\u2019impressione visiva e auditiva che si ha subito, appena sbarcati in una delle grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras o Rangoon. Incredibilmente numerosi, pi\u00fa numerosi dei colombi di Venezia, i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel porto, tra le balle di cotone e di spezie, nelle belle vie alberate di cocchi, nelle grandi piazze moderne; si dissetano, si bagnano starnazzando nelle vasche monumentali, orlano di nerazzurro i capitelli, le cimase, le guglie della frastagliata architettura gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria, contro i quali non vi difende nessun <i>policeman<\/i> volenteroso. Il viaggiatore, che \u00e8 innalzato in <i>lift<\/i> ad una delle linde stanzette degli immensi <i>h<\/i><i>\u00f4tels<\/i> tropicali, resta sbigottito dinanzi agli avvisi delle pareti: <i>Guardarsi dai corvi \u2013 Abbassare le grate prima di uscire \u2013 Non abbandonare gioielli \u2013 Il padrone non prende responsabilit\u00e0 di sorta<\/i>. Sembra incredibile, ma ci si ricrede il giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l\u2019ora della siesta e del torpore. La citt\u00e0 immensa \u00e8 addormentata: nessuno, nemmeno un indigeno, attraversa la grande piazza, dove il sole avvampa, abbaglia, trema, facendo fluttuare in uno strano paesaggio subacqueo i tronchi dei palmizi, il monumento alla Regina Vittoria, le guglie della Cattedrale. In ogni stanza dell\u2019albergo un europeo sogna la Patria lontana, resupino sotto il refrigerio dell\u2019immenso ventilatore. Silenzio. Non s\u2019ode che il ronzio del congegno. [\u2026] Il sonno viene quasi subito, ma quasi subito ci sveglia uno strano romore. E allora, attraverso le ciglia socchiuse, si assiste a questo curioso spettacolo: un corvo scosta la stuoia pendula della grande finestra, sosta sul davanzale, esplora la stanza tranquilla, balza leggiero sul pavimento; un altro ripete il gesto, un altro ancora. Quattro, cinque messeri saltellano cauti sull\u2019impiantito. Sono corvi [&#8230;] pi\u00fa piccoli dei nostri, snelli, nerazzurri, con una penna bianca nell\u2019ala estrema, cos\u00ed buffi di forme e di movenze! Saltellano, avanzano in fila, cauti, l\u2019uno proteso in avanti, l\u2019altro eretto verticale, in vedetta, l\u2019altro claudicando, sbilenco, simili veramente alle caricature della favola, degni eroi di Esopo e di La Fontaine. Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano per ingordigia, ma in queste stanze linde, odorose di ragia e di bucato, non li attira che il demone della curiosit\u00e0., del rischio, del ladroneccio. E i cinque ladruncoli s\u2019arrestano ammirati, fanno cerchio intorno alle bretelle pendule da una sedia, tentano coi becchi le fibbie lucenti, tirano concordi, finch\u00e9 bretelle e calzoni precipitano e questi cominciano a peregrinare sul pavimento, tirati a ritroso da cinque becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta prossima, o il volume che s\u2019era addormentato con voi, pensando uno starnazzar d\u2019ali o una fuga precipitosa; ma i corvi, prima che il proiettile giunga, si salvano con un balzo, s\u2019innalzano silenziosi verso il soffitto, si posano in bell\u2019ordine sull\u2019asta somma della zanzariera. Aprite tutte le vetrate, li invitate ad uscire, li minacciate con l\u2019ombrello \u2013 troppo breve! \u2013 ma quelli non si decidono, sanno benissimo che non siete n\u00e9 un bramino, n\u00e9 un buddista, e che, passandovi a tiro, spezzereste loro, senza rimorso, le ali od il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate il <i>boy<\/i>. Il <i>boy<\/i> sorride indulgente, vi prega di deporre l\u2019ombrello, batte le palme protese e i cinque appollaiati \u2013 riconosciuto l\u2019uomo che non uccide \u2013 attraversano ad uno ad uno la stanza, escono silenziosi.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>Le scimmie contendono ai corvi il dominio delle citt\u00e0 indiane, ma non infestano come quelli i quartieri europei, vivono nei sobborghi, nelle citt\u00e0 nere, nei templi ruinati. E dai coloni sono pi\u00fa detestate dei corvi. Una frotta quadrumane pu\u00f2 in una notte scoperchiare una villa, togliendo, per gioco, tutte le tegole, passandole da mano a mano, andandole ad accumulare in fondo ad un sotterraneo o sulla sommit\u00e0 di un colle, a qualche chilometro di distanza; altre volte saccheggiano un giardino, lo spogliano di tutto: frutti acerbi, fiori, foglie, per solo malvagio istinto di distruzione. E sono le tiranne dei mercati, dove i fruttivendoli si rassegnano per esse ad una decima gravosa. Intorno alle grandi piramidi di banane, di manghi, di mangustani, di catie, s\u2019aggirano le scimmie polverose, pronte ad allungare la mano, noncuranti della sferzata inflitta dal ragazzetto custode. A sera tutte le lunghe vie dei sobborghi hanno le grondaje ornate di code pendule; ma se passa un europeo, un\u2019automobile, una cosa nuova qualunque, le code scompaiono, fanno luogo ad altrettanti musi protesi verso la via, con la bocca digrignante in uno spasimo di curiosit\u00e0.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>Ed ecco le creature enormi, le pi\u00fa simpatiche di tutte: gli elefanti. Completano il paesaggio indiano, hanno una laboriosit\u00e0, una bont\u00e0 che commuove, una intelligenza che confonde. Elefanti di lusso, destinati a cortei nuziali o religiosi, tatuati a colori come vecchi cuoi di Cordova, gualdrappati di velluto, di sete pesanti, con non altro libero che le zampe, la proboscide, le orecchie zebrate; elefanti da lavoro, pi\u00fa intelligenti ancora, vecchissimi alcuni: dalla pelle rugosa, logora, troppo abbondante per la mole dimagrita dalle fatiche d\u2019un secolo e pi\u00fa, elefanti che hanno visto tre generazioni d\u2019uomini e che lavorano oggi per le case degli usurpatori biondi. S\u2019incontrano per le strade di campagna, a coppie, non accompagnati da nessun <i>cornac<\/i>, percorrono da soli, a piccolo trotto, dieci, quindici chilometri di strada ben conosciuta, trasportando sul dorso o tra le zanne e la proboscide tronchi colossali, colonne, cubi di granito; li depongono a destinazione, rifanno di corsa il cammino per ricevere un altro carico. Il loro passo s\u2019annunzia di lontano con un rombo sordo; se incontrano un europeo retrocedono, scendono ai lati della strada, lasciando libero il passo; e protendono \u2013 se l\u2019hanno libera \u2013 la proboscide, con gesto di preghiera. Se ricevono una monetina \u2013 un <i>anna<\/i>, mezz\u2019<i>anna<\/i> \u2013 sostano alla prima bottega campestre, la depongono per avere in cambio dall\u2019ind\u00fa una foccacina di riso muffita o un casco di banane fracide. La loro intelligenza \u00e8 inaudita, imbarazzante: nell\u2019occhio microscopico, quasi perduto nella mole della testa, s\u2019alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza derisoria e di bont\u00e0 indulgente. Sono certo che comprendono ci\u00f2 che dico, che intuiscono ci\u00f2 che penso; e non so come dimostrare loro la mia fraterna simpatia: le mie mani giungono appena ad accarezzare la proboscide ruvida come un tronco, l\u2019estremit\u00e0 delle orecchie logore, strappate come vecchie gualdrappe di cuoio.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>L\u2019Inghilterra [\u2026] tollera anche l\u2019<i>Ospedale degli animali<\/i>, in Bombay. [\u2026] L\u2019ospedale degli animali \u2013 un recinto-parco che costa centinaia di migliaia di rupie \u2013 accoglie tutti gli animali ammalati perch\u00e9 possano guarirvi o morirvi in pace. Lo spettacolo (e il fetore!) \u00e8 tale che l\u2019europeo non s\u2019indugia a lungo; falangi di bestie da soma: ronzini di piazza, bufali, zeb\u00fa ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati, coperti d\u2019ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi, senza pelo: una parodia lacrimevole dell\u2019Arca salvatrice. La nostra piet\u00e0 occidentale insorge, domanda sdegnata perch\u00e9 non si d\u00e0 a quelle povere bestie il colpo di grazia, addormentandole con una doppia dose di cloroformio.<\/p>\n<p>\u2013\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Perch\u00e9 non si ha il diritto di spezzare una vita, qualunque essa sia.<\/p>\n<p>\u2013\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ma vivere a che?<\/p>\n<p>\u2013\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Per soffrire.<\/p>\n<p>\u2013\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E soffrire a che?<\/p>\n<p>\u2013\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Per divenire, per accrescersi, per allontanarsi sempre pi\u00fa dalla materia attraverso il peso della materia, per spegnere nella ruota d\u2019infinite incarnazioni, il desiderio di esistere: questo peccato che ci condanna a ritornare in vita.<\/p>\n<p>E se fosse vero? Se veramente noi non fossimo il Re dell\u2019Universo come la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l\u2019uomo non fossero che graduazioni varie dello spirito, della stessa forza immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una m\u00e8ta che ignoriamo e che non \u00e8 forse se non la pace dell\u2019Increato?<\/p>\n<p>Retorica elementare, fatta odiosa da tutti i trattatelli teosofici, ma che, esposta con brevi parole da questo guardiano dal volto ascetico come un San Francesco di bronzo, non ci pu\u00f2 far sorridere come il nostro orgoglio occidentale vorrebbe.<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p align=\"right\">Alla sorella Erina.<\/p>\n<p align=\"right\">H\u00f4tel Suisse &amp; Richmond Villa<\/p>\n<p align=\"right\">Kandy \u2013 Ceylon, 3 aprile 1912<\/p>\n<p>Carissima Erina,<\/p>\n<p>riceviamo or ora un espresso dell\u2019Agenzia che modifica il nostro itinerario e lo abbrevia di un mese. In risposta ad una nostra antica richiesta (di quando ancora si era a Bombay) ci hanno fissate due cabine per il 15 aprile. Dopo aver goduto la bellezza di Ceylon ed esserci cos\u00ed deliziosamente insediati in quest\u2019H\u00f4tel, la notizia non ci fa piacere alcuno\u2026 anzi. Ma rifletto \u2013 per consolarmi \u2013 che l\u2019anticipo del mio ritorno aggiusta molte cose: abbrevia l\u2019ansiet\u00e0 e il tormento di Mamma (e questo \u00e8 gi\u00e0 tutto); concede la libert\u00e0 a te che suppongo stanca parecchio e ti permette la cura di Salso; potr\u00f2 provvedere a Renato e pensare ai miei casi letterari e finanziari. [\u2026] Io sar\u00f2 a Torino il 6-7 maggio. Che cosa si fa? Andremo direttamente ad Agli\u00e8? \u00c8 meglio, anche per sottrarmi agli amici e ai giornali ai quali avevo promesso corrispondenze di tutti i generi \u2013 per avere le tessere \u2013 e non ho mandato una sola parola. [\u2026] Certo \u00e8 un vero strazio lasciare quest\u2019isola fantastica come uno scenario teatrale e lasciare quest\u2019H\u00f4tel dove ci troviamo da principi pagando da\u2026 letterati; ma penso che faremo una traversata ancor buona, mentre da Maggio in poi il mare indiano diventa un vero inferno, a detta di tutti.<\/p>\n<p>Ci godiamo questi ultimi giorni di paradiso terrestre con lunghe passeggiate fra le foreste. Ai 15 saremo a Bombay pel <i>supremo addio<\/i>. Basta, a voce un\u2019infinit\u00e0 di cose. La salute \u00e8 ottima sempre e cos\u00ed pure quella di Garrone. Davvero suo fratello non deve pentirsi di avergli concesso questo viaggio.<\/p>\n<p>Salutami Pippo, baciami i piccoli e Mamma Giordano e a te un bacio affettuosissimo.<\/p>\n<p align=\"right\">Gustavo<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p>Da <i>Verso la cuna del mondo \u2013 Lettere dall\u2019India<\/i> (1917)<\/p>\n<p>LA DANZA D\u2019UNA <i>DEVADASIS<\/i><\/p>\n<p align=\"right\">Madras, 9 gennaio<\/p>\n<p>Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo questa sera alla danza d\u2019una <i>Devadasis<\/i>: una bajadera d\u2019alta casta, ospite in una famiglia indiana tra le pi\u00fa ligie al passato e le meno accessibili alla curiosit\u00e0 del forestiero.<\/p>\n<p>Una <i>bajadera<\/i>: il nome suscita nella mia ignoranza occidentale una serie d\u2019immagini assolutamente false: complici i libri d\u2019avventura, le oleografie, i melodrammi, l\u2019operetta. Bajadera, odalisca, cortigiana\u2026 una di quelle signore, insomma, di quelle signore d\u2019Oriente, preferibilmente bruna, che nella nostra fantasia associamo a personaggi femminili favolosi e dissoluti: a Thais e Semiramide, a Cleopatra e a Salom\u00e8, tanto per dire. [\u2026] Bisogna rinunciare a questo preconcetto. [\u2026]<\/p>\n<p>Una Devadasis (ancella della Dea) cio\u00e8 una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, una nobilt\u00e0 millenaria, poich\u00e9 non pu\u00f2 essere figlia che di una bajadera, come i suoi figli non possono essere che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. [\u2026]<\/p>\n<p>Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, non ha bisogno d\u2019imparare le lingue sacre: il <i>sanscrito<\/i>, il <i>pali<\/i>, le sono famigliari sin dall\u2019infanzia; le strofe dei <i>Pouranas<\/i>, i poemi storici e sacri dell\u2019India, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi si muovono istintivamente ad un ritmo di danza, le sue prime parole ad un ritmo di canto e di poesia. [\u2026] Prigioniera nel tempio fino a quindici anni, cresce tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l\u2019alte mura vigilate dagli elefanti di pietra. [\u2026] Tutta la sua educazione \u00e8 intesa a fare di lei <i>la viva scultura del tempio<\/i>.<\/p>\n<p>Il fiore della sua bellezza, appena pubere, pu\u00f2, deve anzi, essere raccolto da un protettore di stirpe nobile, un <i>nabab<\/i>, che sar\u00e0 legato a lei, ufficialmente, con un vincolo sacro e indissolubile. Un legame che non le impedisce peraltro di attendere al culto di Ramba-Devi, la Venere del paradiso di Indra, offrendosi a tutti i devoti d\u2019alta casta che paghino un obolo al tempio. [\u2026]<\/p>\n<p>Ohim\u00e8! A questo punto un occidentale non si ritrova pi\u00fa e pensa che nel suo paese [\u2026] una simile condotta non si addice di certo a chi vive in un tempio, ma piuttosto a chi pratica un mestiere assai meno mistico e rispettabile.<\/p>\n<p>Ma tutto \u00e8 questione di latitudine. Latitudine nello spazio e nel tempo. Sono i venti secoli di cristianesimo che dinanzi a tali consuetudini ci fanno arrossire di pudore o sorridere di malizia. [\u2026]<\/p>\n<p>Noi, devoti della Madre di Dio, nutriti da una morale che afferma lo spirito e nega la carne, ci ribelliamo ad un culto che vive di stimoli erotici.<\/p>\n<p>Per questo non possiamo comprendere una Devadasis, n\u00e9 definirla. [\u2026] Semplicemente arrossiamo di pudore o sorridiamo di malizia.<\/p>\n<p align=\"center\">* * *<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>La danza \u00e8 gi\u00e0 cominciata quando prendiamo posto nelle prime panche a noi destinate; ho la fortuna d\u2019avere dinanzi, a pochi passi, la danzatrice famosa. M\u2019aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece \u00e8 la pi\u00fa vestita tra questa folla seminuda; ed \u00e8 certo pi\u00fa vestita di una nostra signorina per bene in una serata di famiglia. Una snellezza alla Rubinstein, non so se illeggiadrita o ingoffata da un costume singolarissimo, formato di sete, di velluti, di tulli sovrapposti, che lasciano ignude le spalle e le braccia; ma dalle spalle alla gola, dalle spalle alle mani, \u00e8 uno scintill\u00edo di gemme (oro e gemme autentici, perch\u00e9 cos\u00ed \u00e8 prescritto dalla regola monastica), tutto un tesoro che tremola e corrusca sulla fine epidermide bruna: oro giallo del Coromandel, perle di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon; e dalle stoffe, dall\u2019oro, dalle gemme emergono ignudi soltanto le mani, i piedi perfetti ed il volto. Quel volto! Non ho pi\u00fa potuto distoglierne lo sguardo, per quanto appariva perfetto e armonioso: [\u2026] troppo bello, persino, [\u2026] se non fosse che si agitava scomposto dai sentimenti dell\u2019anima. Il gioco mimico era cos\u00ed espressivo che temetti per qualche secondo che la donna fosse furente contro di noi. Ma non era furore, era invece dolore, ansia mortale che s\u2019accresceva viepi\u00fa, [\u2026] deformandole i tratti del viso in una sorta di spaventosa agonia.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p>La Devadasis non danza, s\u2019avanza e retrocede con un ritmo prestabilito, seguendo le strofe dei musici [\u2026] che stanno seduti sulle stuoie e suonano stromenti singolari: enormi mandole dal lungo manico ricurvo, flauti affusolati, strani tamburi oblunghi che [\u2026] imprimono al ritmo una cadenza pulsante e febbrile. Nessuno canta, ma tutti, musici e spettatori, sillabano a mezza voce i versi del poema sacro che la bajadera ripete a suo modo col gesto. Ma pi\u00fa nulla si sente, pi\u00fa nulla si vede che la maschera ovale, il sorriso triangolare, gli occhi gi\u00e0 troppo lunghi, prolungati dal bistro fin sotto la benda dei capelli compatti, lucenti come scolpiti in un ebano raro; una maschera che sembra staccarsi dalla persona, fa parte a s\u00e9 come un\u2019evocazione spiritica; e spettrali veramente sembrano le mani, che [\u2026] all\u2019estremit\u00e0 delle braccia immobili, s\u2019agitano con un movimento vertiginoso di rotazione e distorsione che sembra sconvolgere ogni legge anatomica; evocando \u2013 mi dicono \u2013 la scena di un dramma simbolico, a cui fanno da sfondo la riva del Gange e il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell\u2019arte, non pu\u00f2 [\u2026] godere dell\u2019incantesimo, n\u00e9 mi \u00e8 dato capire una sillaba del testo famoso, ma ne avverto comunque la vibrante emozione, che la mimica esprime con un\u2019intensit\u00e0 che d\u00e0 il brivido: brivido d\u2019amore, brivido di morte. La donna arrovescia il capo, lo rialza; ora il suo volto \u00e8 calmo, \u00e8 uscita dalla ruota dell\u2019esistenza, \u00e8 giunta nel regno dell\u2019impossibile: il non essere pi\u00fa; la grazia le \u00e8 stata concessa nell\u2019amplesso del Dio. [\u2026]<\/p>\n<p>Il pubblico [\u2026] ha seguito ogni sillaba, ogni moto della Devadasis con un\u2019attenzione sconosciuta nei nostri teatri europei. Ma non \u00e8 attenzione soltanto: \u00e8 passione, \u00e8 religione, \u00e8 trasporto di tutte queste anime verso il tesoro della loro poesia. Poesia! [\u2026] Ora \u00e8 meraviglioso il vedere come poemi di tre, di quattromila anni or sono accendano di fervore tutta una folla, nessuno escluso: il mercante di spezie e il Maraj\u00e0, il monello e la donnicciuola; tutti sono presi nello stesso cerchio magico, assorbiti da un\u2019arte che non \u00e8 sentimento soltanto, ma che si fonde con la fede pi\u00fa intensa. [\u2026]<\/p>\n<p align=\"center\">* * *<\/p>\n<p>Dopo l\u2019ultima sillaba la Devadasis raggiunge con un balzo il tappeto, si siede con un sospiro di sollievo come una scolaretta in riposo. Le siamo intorno rispettosamente, per osservarla. [\u2026]<\/p>\n<p>Chiedo al dottor Faraglia \u2013 l\u2019unico che conosca l\u2019<i>industani<\/i> \u2013 di rivolgerle una domanda per me. \u00abLe dica che deploro di non aver capito una sillaba dei suoi poemi. Le domandi in quanti anni potrei imparare il <i>sanscrito<\/i>, il <i>pali<\/i>, il <i>gia\u00efna<\/i>\u00bb.<\/p>\n<p>La donna ascolta il dottore, poi mi fissa, ridendo, alza le dieci dita ben tese. Dieci anni! Ohim\u00e8, no! Non ne vale la pena! E penso che superata pur anche una tale fatica, padrone degli idiomi difficili, resterei estraneo all\u2019essenza profonda dei testi pi\u00fa sacri. Mi divide da essi una barriera pi\u00fa insuperabile del linguaggio: ed \u00e8 lo spirito diverso, la fede opposta. L\u2019occidentale, che ritorna in India, non riconosce pi\u00fa la sua cuna.<\/p>\n<p>Come noi, questi Ind\u00fa sono ariani del nostro medesimo ceppo, fratelli nostri, ma fratelli che rifiutano di tenderci la mano. Siamo troppo diversi. Ci dividono troppi millennii. Da troppo tempo ci siamo detti addio.<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p align=\"right\">Alla madre.<\/p>\n<p align=\"right\">Colombo, 9 aprile 1912<\/p>\n<p>Carissima Mamma,<\/p>\n<p>siamo in gita a Colombo, la capitale, per combinare la nostra partenza. Abbiamo presi i biglietti per Bombay di dove partiremo il 15 o il 25 Aprile, cos\u00ed che ai primi di Maggio o al 15 di Maggio sar\u00f2 in patria. E <i>certamente<\/i> prima della tua festa ci riabbracceremo. La salute \u00e8 buona sempre, Ceylon \u00e8 un paradiso che non stanca mai, ma penso che ho dei doveri a casa e non voglio protrarre oltre la tua inquietudine e la tua attesa. Spero avrai ricevuto le mie lettere con maggiore regolarit\u00e0 ch\u2019io non riceva le vostre. Son certo che mi scriverai sovente e a lungo, ma quel rimbalzo da Bombay le fa deviare e ritardare in modo spaventoso. Passando da Bombay e altri porti, riscuoter\u00f2 la posta che si sar\u00e0 arrestata. Intanto sar\u00e0 prudente che indirizziate la vostra a Catania, in Sicilia, perch\u00e9 non ci troverebbero pi\u00fa qui.<\/p>\n<p>Arriver\u00f2 in tempo per iniziare con te la campagna alladiese e ti confesso che dopo la bellezza di vegetazione troppo gigantesca e troppo mostruosa di Ceylon penso quasi con sollievo al verde mite e riposato del Canavese. Spero passeremo un\u2019estate quieta e quasi serena. Vedrai!<\/p>\n<p>Intanto fa coraggio in queste poche settimane che ci dividono e pensa che ogni ora ci riavvicina di molti chilometri. Per ingannare l\u2019attesa, segui il battello sulla carta geografica; io far\u00f2 altrettanto.<\/p>\n<p>E sta certa che se tu sei impaziente di riabbracciarmi, io lo sono non meno di te.<\/p>\n<p>Molti baci con Renato.<\/p>\n<p align=\"right\">Gustavo<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p>Da <i>Verso la cuna del mondo \u2013 Lettere dall\u2019India<\/i> (1917)<\/p>\n<p>AGRA: L\u2019IMMACOLATA<\/p>\n<p align=\"right\">Agra, 17 gennaio<\/p>\n<p>Ad Agra, pi\u00fa che a Delhi, si pu\u00f2 rivivere un\u2019ora nel passato favoloso dei Gran Mogol. Se l\u2019ultimo di essi, Shah-Jehan, s\u2019alzasse dal suo mausoleo e prendesse per mano la sposa dilettissima, Montaz-i-Mahal, e uscissero entrambi dalla reggia funeraria, il Tai-Mahal, ritroverebbero riconoscibile ancora la citt\u00e0 dei loro splendori, e rispettati dal tempo e dagli uomini i loro palazzi magnifici. Palazzi uniti, sovrapposti, innalzanti a settanta metri il loro vario profilo, [\u2026] la cui grazia leggera fiorisce in alto, dall\u2019altra parte, verso il fiume Giumma e la pianura sconfinata. Della citt\u00e0 vedo soltanto le basi di arenaria rossigna, le mura ciclopiche, le torri possenti, destinate alla difesa e all\u2019offesa: [\u2026] villaggi muniti e fortificati dove quei tiranni dall\u2019anima di guerriero, di artista ed asceta, adunavano quanto potesse appagare i sensi e lusingare gli spiriti; [\u2026] una citt\u00e0 regale sospesa sulla citt\u00e0 del popolo, che serviva prono, abbacinato da tanto splendore.<\/p>\n<p>[\u2026]<\/p>\n<p align=\"right\">Agra, 18 gennaio<\/p>\n<p>Oggi, costeggiando le rive del Giumma, contemplo dal basso il maniero ciclopico e stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le verande di trina marmorea, dove ieri ho sognato a lungo nel tramonto di brace. I palazzi di marmo incantato appaiono come un sottile frastaglio niveo alla sommit\u00e0 della mole rossigna, la quale esisteva gi\u00e0 mille, gi\u00e0 duemila anni or sono, ai tempi delle origini braminiche, ai tempi dei re Giaina e Pali. I Gran Mogol, ultimo giunti, sovrapposero alla mole espugnata la loro dimora aerea, ed il granito fulvo della fortezza ciclopica fior\u00ed di marmi candidi nell\u2019azzurro del cielo.<\/p>\n<p>Oggi i signori e le belle d\u2019allora dormono al piano in un\u2019altra reggia, quella dei morti, pi\u00fa meravigliosa della reggia dei vivi: il Tai-Mahal.<\/p>\n<p>Il Tai-Mahal! M\u2019avvio al miracolo dell\u2019Oriente con la mia diffidenza consueta per le cose troppo magnificate dalla leggenda. E mi preparo alla delusione entrando nel vasto parco alberato di una vegetazione cimiteriale: palmizi e cipressi. [\u2026] Ed ecco, d\u2019improvviso, la meraviglia unica del mondo. Poche volte la realt\u00e0 ha superato la mia aspettativa, poche volte una bellezza m\u2019ha investito cos\u00ed violentemente, mozzandomi la parola ed il respiro, forzandomi all\u2019ammirazione ed alla riverenza completa.<\/p>\n<p>Sullo scenario a due tinte, l\u2019azzurro del cielo e il bronzo cupo dei cipressi, s\u2019innalza la pi\u00fa immacolata e gigantesca mole sognata da questi sultani amici del candore. Una semplicit\u00e0 che sfugge alla parola e all\u2019indagine estetica. Sullo zoccolo immenso una cupola eccelsa, e ai lati quattro minareti scagliati al cielo: non altro. [\u2026] Di marmo candido, eterno, eppure sembra fatto della sostanza labile e translucida delle nubi: le nuvole a cumulo, tondeggianti, che s\u2019alzano in questo momento dietro la cupola immacolata, quasi a gareggiare con essa in grazia e candore. [&#8230;] L\u2019azzurro del cielo, il candore delle nubi e dei marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto \u00e8 riflesso in un gran lago tranquillo che addoppia il miracolo, con il nitore preciso di certi smalti persiani.<\/p>\n<p>Avanziamo quasi increduli, temendo dell\u2019incantesimo creato da un negromante, di uno scenario che debba dileguare come la Fata Morgana; ed ora soltanto mi meraviglio della mole del mausoleo. Il tripudio dei colori mi aveva fatto smarrire il senso della misura. Ma una teoria di pellegrini che sale le scalee sembra una schiera minuscola d\u2019insetti, cos\u00ed lenti nel giungere da un portico all\u2019altro. Arriviamo anche noi alla mole che abbaglia. E da presso appare all\u2019occhio abbacinato quanto l\u2019arte costretta alla semplicit\u00e0 assoluta possa tuttavia fare nel marmo, e vediamo il Tai qual \u00e8 veramente: una mole ed un gioiello, l\u2019edificio d\u2019un Titano e il capolavoro d\u2019un cesellatore moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici, ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. Ed anche qui l\u2019onice nerissima, intagliata ed immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore opalescente dell\u2019insieme, come una striscia di <i>kool<\/i>, tracciata dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balen\u00edo perlaceo nell\u2019occhio d\u2019una bajadera.<\/p>\n<p>Le porte d\u2019argento \u2013 l\u2019argento sul candore del marmo! \u2013 riproducono l\u2019intero Corano, a parole scomposte e ricomposte come in una cabala.<\/p>\n<p>Entro nel mausoleo [\u2026] dove dormono da tre secoli i coniugi amanti che vollero con l\u2019amore vincere la morte. Poich\u00e9 tutti sanno che il Tai-Mahal fu eretto dall\u2019imperatore Shah-Zehan, disperato folle per la morte immatura della sposa, la bella Mahal che sorride ancor oggi negli smalti e nelle miniature indo-persiane, morta nel 1618 non di mal sottile, come vuole la leggenda sentimentale di qualche viaggiatore, ma nel dare santamente la luce ad un settimo figlio. E non so dire quanto m\u2019intenerisca questo amore passionale e tragico in quel romanzo onestamente coniugale. Si racconta che il vedovo impazzito, s\u2019aggirasse per le sale della reggia aerea, vivesse come se la sposa fosse sempre con lui, sorridendo, parlando, chiamandola a nome, indicandola ai figli e ai cortigiani allibiti. E la vita che visse ancora fu tutta un\u2019allucinazione passionale, un\u2019amorosa convivenza con il fantasma visibile a lui solo, che egli accompagnava per le terrazze e per i giardini, presentava nei banchetti e nelle feste ai cortigiani e al popolo impietosito.<\/p>\n<p>Da quella demenza \u00e8 sorto questo miracolo funerario. L\u2019amore ha veramente vinto la morte. Il mausoleo tre volte secolare \u00e8 intatto come se costruito da ieri. I coniugi amanti dormono vicini, in eterno. Sotto la cupola eccelsa pi\u00fa di qualunque nostra cattedrale, luminosa, nell\u2019ombra senza finestre, d\u2019una luce sua propria, s\u2019intrecciano con delicati motivi floreali le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili per me, ma che certo devono ripetere ai due amanti le parole che le religioni di tutta la terra dissero in ogni tempo all\u2019amore alla morte.<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p>Da <i>Poesie sparse<\/i><\/p>\n<p>CONGEDO<\/p>\n<p>Anche te, cara, che non salutai<\/p>\n<p>di qui saluto, ultima. Coraggio.<\/p>\n<p>V\u00efaggio per fuggire altro v\u00efaggio.<\/p>\n<p>In alto, in alto i cuori. E tu ben sai.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In alto, in alto i cuori. I marinai<\/p>\n<p>cantano leni, ride l\u2019equipaggio;<\/p>\n<p>l\u2019aroma dell\u2019Atlantico selvaggio<\/p>\n<p>mi guarir\u00e0, mi guarir\u00e0, vedrai.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Di qui, fra cielo e mare, o Benedetta,<\/p>\n<p>io ti chiedo perdono nel tuo nome<\/p>\n<p>se non cercai parole alla tua pena,<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>se il collo liberai da quella stretta<\/p>\n<p>spezzando il cerchio delle braccia, come<\/p>\n<p>si spezza a viva forza una catena.<\/p>\n<p align=\"center\"><b>.<\/b><\/p>\n<p>Da <i>Poesie sparse<\/i><\/p>\n<p>LA PI\u00da BELLA<\/p>\n<p>I.<\/p>\n<p>Ma pi\u00fa bella di tutte l\u2019Isola Non-Trovata:<\/p>\n<p>quella che il re di Spagna s\u2019ebbe da suo cugino<\/p>\n<p>il re di Portogallo con firma suggellata<\/p>\n<p>e Bulla del Pontefice in gotico latino.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019infante fece vela pel regno favoloso,<\/p>\n<p>vide le Fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera<\/p>\n<p>e il Mare di Sargasso e il mare Tenebroso<\/p>\n<p>quell\u2019isola cercando\u2026 Ma l\u2019isola non c\u2019era.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Invano le galee panciute a vele tonde,<\/p>\n<p>le caravelle invano armarono la prora:<\/p>\n<p>con pace del Pontefice l\u2019isola si nasconde,<\/p>\n<p>e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.<\/p>\n<p>II.<\/p>\n<p>L\u2019isola esiste. Appare talora di lontano<\/p>\n<p>Tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:<\/p>\n<p>\u00ab\u2026l\u2019Isola Non-Trovata!\u00bb Il buon Canar\u00efano<\/p>\n<p>dal Picco alto di Teyde l\u2019addita al forestiero.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La segnano le carte antiche dei corsari.<\/p>\n<p>\u2026 Hisola da-trovarsi?\u2026 Hisola pellegrina?&#8230;<\/p>\n<p>\u00c8 l\u2019isola fatata che scivola sui mari;<\/p>\n<p>talora i naviganti la vedono vicina\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Radono con le prore quella beata riva:<\/p>\n<p>tra fiori mai veduti svettano palme somme,<\/p>\n<p>odora la divina foresta spessa e viva,<\/p>\n<p>lacrima il cardam\u00f2mo, trasudano le gomme\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>S\u2019annuncia col profumo, come una cortigiana,<\/p>\n<p>l\u2019Isola Non-Trovata\u2026 Ma, se il piloto avanza,<\/p>\n<p>rapida si dilegua come parvenza vana,<\/p>\n<p>si tinge dell\u2019azzurro color di lontananza\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>17.9.2016<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>SOGNANDO L\u2019INDIA Impressioni di viaggio fra realt\u00e0 e fantasia LETTURE (Scelte da Luca Pivano) DA GUIDO GOZZANO (Torino 19 Dicembre 1883 \u2013 Torino 6 Agosto 1916) &nbsp; Da I colloqui (1911) LA SIGNORINA FELICITA OVVERO LA FELICIT\u00c0 I. Signorina Felicita, a quest\u2019ora scende la sera nel giardino antico della tua casa. Nel mio cuore amico &hellip;<br \/><a href=\"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/?p=2045\" class=\"more-link pen_button pen_element_default pen_icon_ellipsis\">Leggi tutto <\/a><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":2026,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[18,15],"tags":[],"class_list":["post-2045","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-biblioteca","category-teatro-instabile-delle-gambe-sotto-il-tavolo-2"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2045","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2045"}],"version-history":[{"count":7,"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2045\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2054,"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2045\/revisions\/2054"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/2026"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2045"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2045"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/teatroinstabiledellegambesottoiltavolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2045"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}