DONA FLOR E ALTRE VOCI

LETTURE DA AUTORI BRASILIANI

(Scelte da Ezio Beccaria)

A tristeza é o único pecado mortal porque é o único que ofende a vida

Jorge Amado

(Itabuna 1912 – 2001)

JORGE AMADO

DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI

Parte Seconda

I

   Ora,  alla messa di suffragio officiata alla chiesa di Santa Teresa da Don Clemente Nigra – la navata splendida avvolta in una luce mattinale azzurrata e trasparente,  proveniente dal mare giù di fronte,  quasi la chiesa fosse stata una nave pronta a mollare gli ormeggi – la simpatia e la solidarietà generale,  espresse in commenti a mezza voce,  andavano a dona Flor,  inginocchiata nella prima panca davanti all’altare,  tutta in nero,  una mantiglia di pizzo nero prestata da dona Norma a coprirle i capelli e le lacrime,  un rosario fra le dita.  Ma quel bisbiglio pietoso non compativa dona Flor per aver perduto il marito,  bensì per averlo avuto.  Piegata sull’inginocchiatoio dona Flor non udiva nulla,  come se nessun altro fosse stato presente nel santuario,  tranne lei,  il prete e l’assenza di Vadinho.

Un coro di beghine,  vecchi topi di sacrestia,  rancide nemiche dell’allegria e del riso s’innalzava,  insieme con l’incenso,  in un acido bisbiglio:

“Non valeva due soldi di preghiere,  quel miscredente.”

“Se lei non fosse una santa,  non una messa avrebbe fatto celebrare,  ma una festa,  con danze e tutto…”

“Per lei è stata una liberazione…”

All’altare,  celebrando la messa per l’anima di Vadinho,  Don Clemente,  macerato dalle veglie su libri antichi,  sentiva una specie di perturbazione nell’atmosfera magica del mattino appena ridesto,  come se un diavolo qualsiasi,  Lucifero o Exu – più probabilmente Exu – stesse vagando libero per la navata.  Perché non lasciavano in pace Vadinho,  non gli permettevano di riposare?  Don Clemente l’aveva conosciuto bene:  gli piaceva venire a chiacchierare nel cortile del convento;  si sedeva sul muro e raccontava fatti che non sempre s’addicevano a quelle mura,  ma che il frate ascoltava con attenzione,  curioso e comprensivo com’era d’esperienza umana.

C’era nel corridoio fra la navata e la sacrestia una specie d’altare,  con un angelo intagliato in legno,  scultura d’un ingenuo anonimo,  forse del XVII secolo:  ed era come se l’artista avesse preso per modello Vadinho.  La stessa fisionomia innocente e impertinente,  la stessa insolenza,  la stessa tenerezza.  L’angelo era inginocchiato dinanzi all’immagine ben più recente e barocca d’una Santa Chiara e le tendeva le mani.  Una volta Don Clemente aveva condotto Vadinho davanti all’altare con l’angelo,  per vedere se si sarebbe accorto della somiglianza.  Appena messi gli occhi sulle due immagini Vadinho si mise a ridere.

“Perché ridi?” chiese il frate.

“Dio mi perdoni,  padre,  non sembra che l’angelo stia facendo il filo alla santa?”

“Stia che cosa?  Che modo di esprimersi è questo,  Vadinho?”

“Scusi,  Don Clemente,  ma è che quest’angelo ha una faccia patita da gigolò…  Non pare neanche un angelo…  Guardi che occhi…  per me le sta facendo l’occhiolino…”

Voltandosi con le mani alzate,  per dare la benedizione all’altare,  Don Clemente vide le beghine che borbottavano;  ecco da dove venivano le perturbazioni,  da dove proveniva il Maligno!  Ah!  Bocche di fango e malvagità,  acide verginità ammuffite,  zitellone avide e meschine,  al comando di dona Rozilda,  “Dio le perdoni,  poiché infinita è la sua bontà!”

“La poverina ha sofferto per colpa di lui.  Ha mangiato pane amaro…”

“Perché l’ha voluto.  Non perché le siano mancati consigli da parte mia…  Non fosse stata così precipitosa,  mi avesse ascoltato…  Ho fatto tutto quel che potevo…”

Così perorava dona Rozilda,  madre di dona Flor,  nata con la vocazione di matrigna,  in uno sforzo diligente per seguire la sua vocazione.

“Ma lei aveva il tarlo addosso,  il fuoco aveva;  Dio liberi,  non volle ascoltar consigli,  si ribellò…  E trovò anche chi le dette una mano…  trovò una casa dove rifugiarsi…”

Disse guardando verso la panca dove pregava inginocchiata dona Lita,  sua sorella.  Completò il suo pensiero:

“Far dire una messa per quell’avanzo di galera son soldi buttati via,  serve solo a riempire la saccoccia del frate…”

Don Clemente prese il turibolo e lanciò l’incenso contro il fetido alito del demonio che spirava per la bocca delle beghine.  Scese dall’altare,  si fermò davanti a dona Flor,  le mise una mano affettuosa sulla spalla,  disse,  in modo da essere udito dal sinistro coro delle vecchie pinzochere:  “Anche gli angeli traviati trovano posto al lato di Dio,  nella sua gloria.”

“Angelo!…  vade retro…  quello era un demonio d’inferno,” ringhiò dona Rozilda.

Don Clemente,  un po‘ curvo,  traversò la navata in direzione della sacrestia.  Nel corridoio si fermò a contemplare quella strana immagine in cui l’artista aveva trasfuso grazia e cinismo ad un tempo.  Spinto da quale sentimento,  per trasmettere quale messaggio?  Posseduto da passioni umane,  l’angelo divorava con occhi cupidi la povera santa.  Le faceva l’occhiolino,  come aveva detto Vadinho nel suo colorito linguaggio:  sorriso indecente,  faccia sfrontata,  nessuna compostezza.  Identico a Vadinho,  tale somiglianza non s’era mai vista.  Non aveva esagerato,  lui,  Don Clemente,  a collocare Vadinho vicino al trono di Dio,  nella sua gloria?

S’avvicinò alla finestra scavata nella pietra,  guardò giù nel cortile.  Là era solito sedersi Vadinho,  sul muro a strapiombo sul mare solcato dai pescherecci.  “Padre,” diceva Vadinho,  “se Dio voleva davvero far vedere la sua capacità,  faceva uscire il 17 dodici volte di fila.  Questo sì che era un miracolo di quelli buoni.  Allora io venivo e riempivo tutta la chiesa di fiori…”

“Dio non s’interessa al gioco,  figliolo…”

“Allora padre lui non sa quel che è buono e quel che non è.  Quell’angoscia di vedere la pallina che gira,  gira e gira,  e uno gioca l’ultima fiche col cuore che gli scoppia…”

E in tono confidenziale,  con l’aria di parlare d’un segreto solo suo e del sacerdote:

“Possibile che Dio non lo sappia,  padre?”

Nell’atrio,  dona Rozilda alzava la voce:  “Denaro buttato,  non c’è messa capace di salvargli l’anima a quel maledetto.  Dio è giusto!”

Dona Flor,  lo scialle a nasconderle la faccia dolorosa,  appariva dal fondo appoggiandosi a dona Gisa e dona Norma.  La chiesa,  nella chiarità del mattino,  sembrava una nave di pietra a navigare.

 

ANDERSON BRAGA HORTA

(Carangola,  Minas Gerais,  Brasile 1934 – )

VUOTO

Volano veloci,   vuoti,

liberi,  volubili,  i venti.

E va la vita volando

nell’onda verde del tempo.

 

Avidi uccelli oziosi

vagano,  navigano nel vento.

E vanno gemendo,  trionfando

nell’onda vorace del tempo.

 

Anima!  Ah,  uccello che vacilla

nella voce ululante dei venti!

Ah,  nave vuota che voga

nell’onda oscura del tempo!

 

MÁRCIA THEÓPHILO

(Brasile 1941 – )

ACQUA

Pensavi di dormire

nel nido della terra

ma così non fu.

Torrida estate

sei spessa solida liquida

sei viva ma non

lasciarmi.

Non so vivere senza di te.

 

LUCIENE FREITAS

(Pernambuco,  Brasile)

DI FRONTE AL MARE

L’atmosfera carica d’aria marina

Il mondo riassunto in un’isola

L’isola impregnata di mistero

I misteri che rendono fantastica la vita

La vita incatenata dalla proibizione

La libertà che vola in un gabbiano

 

JORGE AMADO

CACAO

Infanzia

Ho pochi ricordi di mio padre.  Eravamo molto piccoli io e mia sorella,  lei aveva tre anni,  io cinque,  quando morì.  Mi ricordo solo che mia madre piangeva,  i capelli che le ricadevano sul volto pallido,  e che mio zio,  vestito di nero,  abbracciava i presenti con una faccia ipocrita di tristezza.  Pioveva molto.  E gli uomini che reggevano la bara andavano di fretta,  senza ascoltare i singhiozzi di mamma,  che non voleva che portassero via suo marito.

Quando tornava dalla fabbrica,  papà mi faceva sedere sulle sue ginocchia e mi insegnava l’ABC con la sua bella voce.  Era delicato e incapace,  come dicevano,  di far male a una formica.  Scherzava con la mamma come se fossero ancora fidanzati.  La mamma,  molto alta e molto pallida,  le mani sottili e molto lunghe,  era di una bellezza straordinaria,  quasi un personaggio da romanzo.  Nervosa,  spesso piangeva senza motivo.  Mio padre la prendeva,  allora,  tra le sue braccia forti e le cantava dei brani di musiche che la facevano sorridere.   Non gridavano mai con noi.

Dopo la morte di papà,  la mamma passò un anno mezzo allucinata,  seduta in un angolo,  senza curarsi dei figli e dei vestiti,  fumando e piangendo.  Spesso aveva delle crisi orribili.  E riempiva di urla dolorose le notti calme del mio Sergipe.

Quando,  dopo un anno,  tornò a uno stato di normalità e volle accertarsi della situazione degli affari di papà,  mio zio,  con un sacco di scartoffie,  provò che la fabbrica era sua,  dato che mio padre – lo diceva con la faccia rossa e con le mani alzate in un gesto di scandalo -,  mio padre,  un po‘ matto e un po‘ artistoide,  aveva lasciato solo debiti che lui avrebbe pagato per non rovinare il buon nome della famiglia.

La mamma rimase in silenzio,  poverina,  e ci strinse tra le braccia,  dato che noi tremavamo appena appariva mio zio,

 

RIBEIRO COUTO

(Santos,  Brasile 1898 – 1963)

IL DELIZIOSO ISTANTE

Il crepuscolo è sceso lentamente,

e,  pur essendo il cielo ancora chiaro,

la città è rimasta in penombra.

Sta per cadere la sera;

stanno per accendersi i fanali.

E sparirà questa delicata incertezza.

 

È il momento di partire per sempre,  senza dolore.

 

VINÍCIUS DE MORAES

 (Rio de Janeiro 1913 – 1980)

COME DICEVA IL POETA

Chi  passò per questa vita senza vivere

può essere più importante,  ma sa meno di ciò che so io.

Perché la vita si concede solo a chi si concede.

A chi ama,  a chi piange,  a chi soffre.

Chi non ha mai provato un’emozione

non avrà niente.

 

Non c’è male peggiore del non credere in niente.

Perfino l’amore non ricambiato

è migliore della solitudine.

 

Apri le braccia fratello,  lasciati andare.

Per unire là dove la gente vuole dividere.

 

A me,  francamente,  non interessa nemmeno sapere

di chi non rischia perché ha paura di soffrire.

 

Chi non rischia il suo cuore

non avrà mai perdono.

Chi non vola sulle ali della passione

non avrà mai

niente

 

FERNANDO FÁBIO FIORESE FURTADO

(Pirapitinga,  Minas Gerais,  Brasile 1963 – )

MATTINO

Nel chiarore del patio

nulla si muove.

Solo il marmo delle colonne

duella con il vento.

Tutto il suolo preannuncia la caduta

la parola che fende il mattino.

Emigrato dall’ombra

mi espongo alla rovina del vento.

Ah il blu

il blu mi abbandona.

 

JORGE AMADO

CACAO

Affittato

Sbarcai a Ilhéus con sedicimilaquattrocento réis,  un piccolo fagotto con le mie cose e una grande speranza non so proprio di che cosa.

Uno scaricatore mi informò che una pensione per chi cercava lavoro esisteva solo all’ Ilha das Cobras,  un agglomerato di viuzze e stradine che si nascondeva ai bordi della città piccola e sovraffollata.  E mi raccomandò perfino la casa di Dona Coleta,  dove il sarapatel era succulento.  E lo era veramente.  Ma per questo e per la camera in cui dormivo pagavo quotidianamente due mil-réis.  Rimasi quindici giorni nella pensione di Dona Coleta.  Ormai le dovevo quattordici mil-réis e lei mi fece capire di essere stata molto condiscendente con me,  che almeno lasciassi la stanza e il cibo per un altro ospite che li potesse pagare.  Lei era povera e non poteva…

Presi il mio fagotto e me ne andai.  Il prezzo del cacao,  quell’anno,  aveva cominciato a cadere e non era molto facile trovare lavoro.  Avevo bussato a diverse porte senza risultato.

“Non c’è lavoro.”

La risposta mi echeggiava nelle orecchie.  Il giorno in cui uscii dalla pensione di Dona Coleta incominciai ad andare dietro al lavoro salariato.  I coronéis dicevano di no.  Il raccolto non era ancora incominciato e c’era abbondanza di braccianti.  E mi guardavano come se fossi un nemico venuto lì per rubare.

Mi fermai davanti al porto.  Una nave aveva appena superato la diga e si stava dirigendo verso la capitale.  L’orologio di un negozio batté le quattro.  Però non avevo fame.  Odiavo tutti.  Andai in giro per il resto del pomeriggio.  La gente passava diretta verso casa,  piena di pacchetti.  Fu allora che incominciai a sentire la fame.  Proprio come se ci fosse una legione di topi a rodermi lo stomaco.  Una cosa strana che mi faceva venire voglia di piangere e di rubare.

 

FERREIRA GULLAR

(JOSÉ RIBAMAR FERREIRA)

(São Luis,  Maranhão,  Brasile 1930 – )

PITTURA

Io so che se toccassi

con la mano quell’angolo del quadro

dove un giallo arde

mi brucerei in esso

e avrei macchiata per sempre di delirio

la punta delle dita.

 

PEDRO TIERRA

(Porto Nacional,  Brasile 1948 – )

L’ORA DEI MORTI

Quest’uomo è morto

morto da molti anni:

nella sua bocca la parola

si disfa in cenere

come il vento nel deserto.

Egli stesso si è accorto

di questa morte.  E si rallegra.

Non sono lecite inutili emozioni

nell’esercizio del dolore.

(Pochi trovarono il tempo

di giungere a tanto).

 

Indovino sulla bocca degli oppressi

alcune domande:

“Dov’è la madre di tali figli?

Dove eravamo per non avvertire

il giungere dei morti?”

 

Forse la notte fonda,

il rumore delle fabbriche forse

non ha permesso loro di udire.

Era alta la notte

e molti son rimasti addormentati…

 

Lascio sulla parete della cella questi versi.

Che non si dissolvano,  parole dette al muro.

Che gli occhi di qualche perseguitato le guardi

e io torni a incontrarle un giorno,

sulla bocca del mio popolo.

 

CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE

(Itabira,  Brasile 1902 – 1987)

POESIA

Ho speso un’ora pensando un verso

che la penna non vuole scrivere.

Tuttavia esso è qui dentro

inquieto,  vivo.

Esso è qui dentro

e non vuole uscire.

Ma la poesia di questo momento

inonda tutta la mia vita.

 

JORGE AMADO

MAR MORTO

MARTA,  MARGARIDA,  RAQUEL

Se di una cosa vi è certezza nel porto,  ma certezza assoluta fermissima,  è che il dottor Rodrigo è di famiglia di marinai,  i suoi genitori,  i suoi nonni,  o altri più antichi hanno incrociato il mare sulle imbarcazioni,  ne hanno fatto il loro mezzo di vita.  Perché questa è l’unica spiegazione per il fatto che un dottore,  con tanto di laurea e camice,  abbia lasciato le belle strade della città e sia venuto ad abitare sulla riva del porto,  in una casa rozza insieme con i libri,  un gatto e le bottiglie di liquore.  Mal d’amore non era.  Il dottor Rodrigo era ancora molto giovane per portare nel petto un male senza rimedio.  Senza dubbio – ripetevano i pescatori – era di una famiglia marinara ed era ritornato al mare.  E siccome era magro e debole,  incapace di portare un saveiros sulle onde e di sollevare un sacco pieno,  si occupava dei guai dei marinai,  ridava la vita a quelli che arrivavano mezzo morti dalle tempeste.  Ed era quasi sempre lui a tirar fuori i soldi per la sepoltura dei più poveri,  ad aiutare le vedove.  Tirava fuori dalla galera quelli che si ubriacavano ed erano arrestati.  Faceva molto per loro e nel porto era stimato,  la sua fama era arrivata persino ai luoghi dove arrivava soltanto la fama dei marinai più coraggiosi.  Faceva altre cose,  ma i marinai non ne erano a conoscenza.  Forse lo capiva soltanto dona Dulce che lui faceva poesie sul mare,  giacché lui trovava la sua poesia troppo debole per un così grande argomento.  Anche dona Dulce non capiva bene perché lui abitasse lì,  ricco e stimato com’era nella città,  là in alto.  Portava un vestito logoro,  senza cravatta e quando non visitava i suoi ammalati (ne aveva molti che non gli rendevano nulla) fumava la pipa e guardava la distesa sempre nuova del mare.

Aveva un apparecchio radio e di notte molti venivano ad ascoltare le musiche di altri paesi.  Entravano ormai senza soggezione,  guardavano i grossi e bei libri come cose familiari (da principio si sentivano vergognosi con quei libri che li separavano dal dottor Rodrigo) e quasi sempre finivano col chiudere la radio e cantare le canzoni del porto perché il dottore le sentisse.

Il perché lui stesse nel porto,  la sua vita tra loro,  interamente dedicata a loro,  non era un segreto soltanto per il vecchio Francisco.  Una volta gli aveva detto:

“Suo padre era un marinaio,  no,  dottor Rodrigo?”

“No,  che io sappia,  Francisco.”

“Ma suo nonno…”

“Quello non l’ho mai conosciuto,  né mio padre ebbe il tempo di parlarmi della sua vita…”  aveva sorriso Rodrigo.

“Ma è stato un marinaio”  affermava Francisco.  “Io l’ho conosciuto.  Era comandante di una nave.  Un brav’uomo.  Gli volevamo bene nei dintorni.”

E Francisco aveva quasi la certezza di aver conosciuto il nonno di Rodrigo,  pur avendo inventato all’istante la bugia.  Da ciò quella certezza nel porto.  E tutti aspettavano che un giorno il dottor Rodrigo si sposasse con dona Dulce.  Essi si incontrano,  passeggiano,  conversano.  Ma non hanno mai parlato di sposarsi.  Tuttavia è da molto tempo che nel porto si parla della festa di quel giorno.  I più intimi di tanto in tanto fanno qualche allusione e il dottor Rodrigo sorride,  si ritira ancor più nel logoro vestito,  cambia discorso.  Ritorna ai suoi libri,  ai suoi ammalati (ha un bambino tisico che gli porta via quasi tutto il tempo),  alla contemplazione del mare.

Nei primi tempi il dottor Rodrigo andava sempre in città.  Andava a proporre visite igieniche alla case del porto.  Non è mai stato ascoltato.  Ha smesso di andarci.  Dona Dulce gli ha parlato del miracolo che sta aspettando.  Allora tutto diverrà più bello sulla riva del porto.  Forse allora il dottor Rodrigo potrà rendere belli i suoi versi,  belli quanto il mare.

 

 

FERNANDO PY

(Rio de Janeiro  1935 – )

ULISSE

A Aldney Peixoto

Sto sempre tornando a casa.

Ogni idea vissuta ogni gesto

è un viaggio che faccio di ritorno.

Dentro di me ci sono distanze sufficienti

per assenze enormi,  nei cammini

che percorro senza sentirmi me stesso.

Ritorno ora,  ieri,  qui,  così,

in modo singolare,  impreparato.

 

A tal punto mi assento ritornando

che sono come un Ulisse che naviga

nelle acque febbrili di un mare senza nome.

 

Forse un giorno tornerò per sempre

e le distanze forse scompariranno.

Allora il mio pensiero sarà morto.

 

OLGA SAVARY

(Belém,  Brasile 1933 – )

RIASSUNTO

Parole,  meglio dimenticarle,

inghiottendo tutto il sale del mare

in un unico pezzo.

 

JORGE AMADO

Voler bene è facile,  succede quando uno meno se lo aspetta,  uno sguardo,  una parola,  un gesto e il fuoco si propaga bruciando petto e bocca;  il difficile è dimenticare.

 

LULÙ SANTOS

(Rio de Janeiro 1953 – )

COME UN’ONDA

Niente di ciò che fu sarà di nuovo

Come fu un giorno

Tutto passa,  tutto sempre passerà

La vita viene

In onde

Come il mare

In un andare e venire infinito

 

Tutto ciò che vediamo non è

Uguale a come l’abbiamo visto in un secondo

Tutto muta continuamente e ovunque

Non serve fuggire o mentire

A se stessi ora

C’è tanta vita là fuori

Qui dentro,  sempre

Come un’onda nel mare

 

FERREIRA GULLAR

(JOSÉ RIBAMAR FERREIRA)

SALUTO

Io lascerò il mondo con furia.

Non importa quel che apparentemente succeda,

se dolcemente mi ritiro.

 

Di fatto

in quel momento

si staranno strappando da me radici così profonde

quanto questi cieli brasiliani.

In un frastuono di genti e venti forti

occhi che ho amato

volti amici pomeriggi ed estati vissute

staranno gridando

perché io resti

perché io resti

 

Non piangerò.

Non c’è singhiozzo più grande che salutare la vita.

 

JORGE AMADO

DUE STORIE DEL PORTO DI BAHIA

LE DUE MORTI DI QUINCAS ACQUAIOLO

I

   Intorno alla morte di Quincas Acquaiolo perdura a tutt’oggi una certa confusione.  Dubbi da chiarire,  particolari assurdi,  contraddizioni fra le deposizioni dei testimoni,  lacune varie.  Non sono chiari neppure l’ora e il luogo del decesso,  né le ultime parole del defunto.  La famiglia,  appoggiata da vicini e conoscenti,  si mantiene intransigente sulla versione della tranquilla morte mattutina,  senza testimoni né apparato né ultime parole:  morte verificatasi quasi venti ore prima dell’altra,  propalata e commentata,  avvenuta nell’angoscia della notte,  quando la luna si disfece in mare e cose misteriose avvennero sulla banchina del porto di Bahia.  La morte,  cui per il vero presenziarono testimoni al disopra di ogni sospetto,  ampiamente commentata per vicoli e stradette,  con la frase finale che,  ripetuta di bocca in bocca,  rappresentò per quella gente,  più che una semplice frase di commiato da questo mondo,  una testimonianza profetica,  un messaggio il cui contenuto profondo è tutto da scoprire (come avrebbe scritto un autore delle nuove leve).

Tanti testimoni al disopra di ogni sospetto,  fra i quali Mastro Manuel e Quitéria-dall’Occhio-Spalancato,  donna di una sola parola.  E tuttavia c’è ancora chi nega ogni autenticità,  non solo alla frase famosa,  ma a tutti gli avvenimenti di quella notte memorabile,  quando,  in ora dubbia e circostanze controverse,  Quincas Acquaiolo si gettò nel mare di Bahia,  e partì per sempre,  per un viaggio senza ritorno.  Così è il mondo:  popolato di scettici negatori,  legati,  come buoi alla stanga,  all’ordine,  alla legge,  ai procedimenti abituali,  alle carte da bollo.  Essi sbandierano vittoriosamente l’attestato di decesso,  firmato dal medico quasi a mezzogiorno,  e con questo semplice documento,  solo perché contiene stampiglie e bolli,  pensano di poter cancellare le ultime ore intensamente vissute da Quincas Acquaiolo,  fino alla sua vera dipartita,  avvenuta per sua libera e spontanea volontà,  come egli dichiarò a voce alta e chiara agli amici e alle altre persone presenti.

La famiglia del morto – la famiglia rispettabile,  il normalissimo genero,  funzionario pubblico dalla carriera promettente,  la zia Marietta e il fratello più giovane,  modesto commerciante – tutti affermano che la storia altro non è che uno scherzo grossolano,  invenzione di ubriaconi inveterati,  ribaldi che vivono ai margini della legge e della società,  imbroglioni il cui habitat dovrebbero essere le grate d’una prigione e non le libere strade,  il porto di Bahia,  le spiagge di candida sabbia,  l’immensa notte.  Commettendo ingiustizia,  essi attribuiscono ai detti amici di Quincas tutta la responsabilità della malfamata esistenza da lui condotta negli ultimi suoi anni,  quando era divenuto la croce e la vergogna della famiglia.  Al punto che il suo nome non era pronunciato,  e le sue gesta non eran commentate,  alla presenza innocente dei bambini,  per i quali nonno Joaquim,  di compianta memoria,  già da tempo si era spento,  circondato dal rispetto e dalla stima generale.  Il che ci porta a riflettere esservi stata addirittura una terza morte,  se non fisica almeno morale,  che datava da anni prima,  per un totale complessivo di morti tre;  cosa che fa di Quincas un recordista della morte,  un campione della defunzione,  e ci dà il diritto di pensare che gli avvenimenti susseguenti all’attestato di decesso,  fino al tuffo finale in mare,  siano stati una farsa da lui montata col preciso scopo di infernizzare una volta di più la vita dei parenti,  infelicitar loro l’esistenza,  circondandoli di vergogna e mormorazioni.  In fin dei conti non era desso uomo rispettabile,  malgrado il profondo rispetto tributato dai suoi compagni di stravizi ad un giocatore dalla così invidiabile fortuna,  ad un bevitore di cachaça dalla sbornia così tarda e conversatoria.

Non so se il mistero della morte – o delle successive morti – di Quincas Acquaiolo potrà mai essere completamente chiarito.  Io comunque tenterò,  come lui stesso consigliava;  poiché l’importante è tentare,  sia pure l’impossibile.

 

ANDERSON BRAGA HORTA

INVENZIONE DELLA NOTTE

Con questo silenzio e con quest’ombra

costruisco la mia notte

particolare e intrasferibile.

Non voglio inventare stelle,

che nascono e brillano per se stesse.

E a mezzanotte una luna triste

mostra il suo volto d’argento all’orizzonte

e versa nei miei occhi un pianto,  un freddo.

 

JORGE AMADO

e

PALOMA JORGE AMADO

LA CUCINA DI BAHIA

OVVERO

IL LIBRO DI CUCINA DI PEDRO ARCHANJO

E

LE MERENDE DI DONA FLOR

 

 

L’oro dell’olio di palma,  la dolcezza della jaca,  affetto e violenza;  il piccante del peperoncino,  la sensualità delle donne bahiane con le vesti di pizzo bianco sulla pelle color cannella,  belle figlie di Oxum che vendono acarajés:  è tutto un universo di fascino,  colore,  profumo e sapore.

 

LÉLIA COELHO FROTA

(Rio de Janeiro 1938 – 2010)

AD USUM

Il mio mestiere è di parole

che sol sussultano al rumore

dell’amore.

 

Il mio mestiere è da missione

segreta,  in questo mio andare:

ricordare.

 

Il mio mestiere ignora

qualsiasi modo di riposare:

sognare?

 

Nel mio mestiere è che si apprende

dentro – terra e oltremare –

a guardare.

 

La sua gioia è di un minuto

e niente la può compensare:

cantare.

 

Tra un minuto e l’altro scorrono

nubi d’immenso aspettare:

durare.

 

Il mio mestiere è di saper

morire,  e nelle pietre intagliare:

passare.

 

JORGE AMADO

LA BOTTEGA DEI MIRACOLI

Ove Fausto Pena racconta della sua esperienza teatrale e altre tristi cose

 

La mia esperienza teatrale fu funesta.  Non crediate che esageri.  Funesta,  tragica,  fatale.  Da qualunque lato io la guardi,  non trovo che un bilancio negativo:  delusione,  disinganno e dolore.  Dolor di corno intendo,  di quello autentico.

Non mi sono tuttavia spinto oltre le quinte della drammaturgia,  non sono arrivato sul palcoscenico,  né mi è toccata in sorte l’emozione delle luci della ribalta,  delle platee,  degli applausi e resoconti sui giornali.  In giorni di febbrile entusiasmo avevo sognato questo e molto di più.  Il mio nome sui manifesti,  sulla facciata del teatro Castro Alves,  in lettere al neon sui teatri di Rio e São Paulo,  insieme a quello di Ana Mercedes,  invitta primattrice unica e sovrana,  a offuscare come un meteorite la luce di stelle già note.  Platee piene,  pubblico in delirio,  critica entusiasta,  entrate forti e diritti d’autore pagati a pronta cassa:  l’inizio della carriera trionfale d’un nuovo drammaturgo.

La realtà è stata ben diversa:  niente soldi,  niente elogi né adulazioni,  niente nome stampato a lettere luminose.  Il nome segnalato alla polizia – secondo quanto mi hanno detto – come quello d’un tipo sospetto.  Spesi gli ultimi centesimi,  perduto il solo bene che avessi.

Ho imparato qualcosa indubbiamente,  e ai miei compagni d’avventura non ho tenuto rancore;  neppure di Ildásio Taveira sono divenuto nemico.  Detto qui fra noi,  non lo sopporto,  e aspetto l’occasione per rendergli pan per focaccia:  c’è tempo per tutto,  e io non ho fretta.  Così subito mi è impossibile rompere con quel giuda:  l’Istituto Nazionale del Libro gli ha commissionato un’antologia della giovane poesia bahiana,  nella quale ha promesso di includere alcuni poemi miei;  più d’uno,  non ha detto quanti.  Se gli tolgo il saluto rischio di essere espulso dalla raccolta,  radiato dalla letteratura.  Gli conservo quindi il migliore dei miei sorrisi,  lodo con insistenza e strepito i suoi versi.  Per un posto al sole delle lettere si fa di necessità virtù.

 

ADÉLIA PRADO

(Divinópolis,  Minas Gerais,  Brasile 1935 – )

 VEROSIMILI

Un tempo,  a maggio,  io diventavo angelo.

La mamma mi metteva il vestito,  le ali,

mi infilava la corona sulla testa e raccomandava:

“Canta,  spiccica bene le parole.”

Io mi alzavo in volo strada facendo.

 

FERREIRA GULLAR

(JOSÉ RIBAMAR FERREIRA)

VISITA

Nel giorno dei

defunti lui andò

al cimitero

perché era l’unico

luogo dove

poteva stare

vicino al figlio ma

dinanzi a quel

blocco nero

di pietra

impenetrabile

comprese

che mai più

lo avrebbe raggiunto.

Allora

prese da terra un

foglio sgualcito

di carta  scrisse

io ti amo figlio

lo mise sopra

il marmo sotto un

fiore

e uscì

uscì piangendo.

 

MÁRIO QUINTANA

(Alegrete,  Brasile 1906 – 1994)

L’AUTORITRATTO

Nel ritratto che mi faccio

– tratto a tratto –

a volte mi disegno nuvola,

a volte mi disegno albero…

 

a volte mi disegno cose

di cui non c’è più il ricordo…

o cose che non esistono

ma che un dì esisteranno…

 

e,  di questa lotta,  in cui cerco

– a poco a poco –

la mia eterna somiglianza,

 

alla fine,  che resterà?

Un disegno di fanciullo…

corretto da un folle!

 

JORGE AMADO

TOCAIA GRANDE

Il paesino

Installato a Tocaia Grande,  il negro Castor Abduim affronta la solitudine

4

   Prima,  per conoscere la data del mese e il giorno della settimana,  avevano bisogno di consultare l’unico calendario esistente a Tocaia Grande,  attaccato vicino alla porta del deposito di cacao secco.  Anzi,  una sciccheria di quadro che era un piacere guardarlo:  un paesaggio invernale europeo,  con montagne bianche di neve e un grosso cane peloso che portava al collo un bariletto,  roba da far meraviglia.  Appiccicato sotto la stampa,  un grosso blocchetto di fogli stampati con la data e il giorno,  il calendario vero e proprio.  Regalo di capodanno del colonnello Robustiano de Araújo al vecchio Gerino,  suo guardiano fedele.

Proprietario orgoglioso di tale preziosità,  Gerino mostrava il quadro alle ragazze e ai butteri,  riportando le informazioni avute dal colonnello:  là fuorivia ci fa un freddo d’inferno,  e il barile è pieno di cachaça per soccorrere i bisognosi.  Calendario più bello ed educativo non si poteva desiderare;  incostante,  tuttavia,  e malsicuro,  visto che il vecchio Gerino passava giorni e giorni senza strappare i fogli del calendario,  e quando si ricordava di farlo,  per eseguire le raccomandazioni del colonnello,  li strappava come viene viene:  uno,  due,  mai più di tre per economizzare,  lettere e numeri incomprensibili per la quasi totalità degli abitanti e dei passanti.  La vita trascorreva in permanente ritardo,  e nessuno era capace di garantire esattamente se si era a fine marzo o ai primi di aprile,  se si era di giovedì o di sabato.  E la domenica,  giorno santo?  In quei tempi la domenica non esisteva a Tocaia Grande.

Senza sapere se le piogge fossero in anticipo o in ritardo,  diventava difficile far congetture sul volume del raccolto globale,  prevedere la quantità di cacao che sarebbe stata prodotta in piantagioni e aziende nel bacino del rio das Cobras,  il montante del malloppo.

Pasticci e disordine:  ad alcuni poco importava,  ma altri si inquietavano e si affliggevano.  Il turco Fadul aveva da ricevere del denaro da clienti cui aveva fatto credito o prestato denaro a interesse,  pagamenti da effettuare ai fornitori,  date precise,  le une come le altre,  annotate in arabo in un quadernetto.  Merência considerava la domenica giorno di riposo obbligatorio,  come ordina ed esige la legge di Dio – del Dio della pignola fornaciaia,  visto che il Dio di Fadul,  meno ortodosso,  permetteva il commercio domenicale,  naturalmente con il giusto aumento di prezzi e guadagni.

MURILLO ARAÚJO

(Serro,  Minas Gerais,  Brasile 1894 – ?)

CANZONE DELLA LUNA LAVANDAIA

O luna che fai il bucato,

luna,  luna lavandaia

in una schiuma di nuvole

candida come liscivia

e stendi i panni là in cima

a candeggiare…

 

O luna che fai il bucato

pei fossi incolti,  pei monti

su cui sta per nevicare…

 

Luna che schizzi sul mondo

saponata da accecare…

 

O luna che fai il bucato

e lo risciacqui,

lo sciorini dappertutto,

su terrazzi lastricati,

vecchi muri intonacati,

aranceti,  campi intrisi

di rugiada,  a gocciolare…

 

O luna che fai il bucato

sin sulle spiagge del mare…

 

Luna,  lava la mia anima!

 

Vieni,  lavala di lagrime,

perché Dio,  sole dell’anima,

poi la venga ad asciugare.

 

MÁRCIA THEÓPHILO

I SOGNI

I sogni

che sono dentro di noi

non sono invenzioni della

nostra fantasia

sono concreti

hanno colori

i sogni ci fanno felici

ci insegnano a vivere

giocano con noi  ci

tormentano

ci indicano i percorsi

i sogni aprono porte

 

CARLOS NEJAR

(Porto Alegre,  Brasile 1939 – )

CANTICO

Limerai la tua speranza

fin che la mia si consumerà;

anche senza mola,  limerai

contro la sorte e la disperazione.

 

Fin che tutto ti sarà

più doloroso e profondo.

Limerai senza mani e braccia,

con animo risoluto.

 

JORGE AMADO

TOCAIA GRANDE

La cittadella del peccato,  il rifugio di banditi

Visitazione del Sant’Uffizio a Tocaia Grande,  con requisitoria,  condanna ed epica mangiata

1

   Portando in due bauletti di zinco gli arredi sacri,  abiti talari,  incenso,  acqua benedetta,  il vino della Messa e la parola di Dio,  il gruppo dei Missionari arrivò a Tocaia Grande quando,  pesante e fitta la pioggerella d’inverno si faceva sentire:  pioggerella fina e deprimente,  fango sulle strade pericolose,  il chiarore delle giornate più corto,  il buio delle notti più lungo.  Due frati cercatori,  in missione di catechesi,  scendevano dalla sorgente del rio das Cobras.  In tutta l’ampiezza della vallata,  allo stesso ritmo di sviluppo delle piantagioni di cacao,  nascevano nuclei abitati,  crescevano paesini,  alcuni più altri meno sciagurati,  vivendo tutti,  senza eccezione,  nell’iniquità e nel peccato.

Avevano appena percorso,  frate Zygmunt von Gotteshammer e frate Theun della Santa Eucarestia,  in due mesi di apostolato arduo e penoso,  l’ampia provincia del paganesimo e dell’eresia,  e  avvicinandosi a Tocaia Grande,  montati su asini lenti e cauti,  avevano il cuore compunto di pietà e di collera.  Di pietà,  quello del giovane frate Theun,  olandese di nascita,  novizio consacrato prete a Roma,  destinato dall’ordine alle Missioni in Brasile.  Di collera quello di frate Zygmunt,  magro come uno stecco,  con l’aria ascetica,  il dito sempre levato in atto di riprovazione,  la bocca piena di anatemi e condanne.  Gotteshammer,  il Martello di Dio.

Il viso rotondo di fra Theun,  sacerdote novello e alla sua prima missione,  accusava la stanchezza dell’interminabile camminata attraverso terre desolate:  mancanti di conforto materiale e sprovviste di assistenza spirituale.  Mancavano di tutto,  malgrado fossero terre di abbondanza e produttrici di cacao,  di merce più preziosa c’era soltanto l’oro.  Di vent’anni più vecchio del collega,  e avendone trascorsi oltre dieci in mezzo all’irreligiosità grapiúna,  frate Zygmunt,  se era stanco non lo dava a vedere e proseguiva nel suo compito di smascherare e sconfiggere Belzebù.

Sulle rive del rio das Cobras,  la mancanza d’ordine e il disprezzo per la morale erano totali e assoluti.  La missione d’instaurare ordine e moralità,  di introdurre il timor di Dio,  frate Zygmunt non l’aveva ricevuta solo dal Padre Superiore della Congregazione che l’aveva inviato a predicare e convertire in quelle terre ai confini del mondo.  L’aveva ricevuta,  direttamente e inappellabile,  da Cristo Nostro Signore.

 

FERREIRA GULLAR

(JOSÉ RIBAMAR FERREIRA)

NOI,  LATINO-AMERICANI

Alla Rivoluzione Sandinista

 

Siamo tutti fratelli

ma non perché abbiamo

la stessa madre e lo stesso padre:

è che abbiamo lo stesso socio

che ci imbroglia.

 

Siamo tutti fratelli

non perché abbiamo

la stessa culla,  lo stesso cognome:

abbiamo lo stesso percorso

di furia e fame.

 

Siamo tutti fratelli

non perché sia lo stesso il sangue

che in corpo abbiamo:

ciò che è uguale è il modo

come lo versiamo.

 

ANDERSON BRAGA HORTA

UNIONE

Di notte l’insonnia si corica con me.

Da questa unione nascono le mie poesie e le mie occhiaie,

il mio incantesimo notturno,

il mio fascino di fronte al mistero,

le mie paure e le mie vaghe

diffuse fragili credenze.

 

MARINA COLASANTI

(Asmara,  Eritrea 1937 – )

DA NON DIMENTICARE

Fra l’arrosto e l’insalata

si scatta la foto al ristorante.

il sorriso si fredda con la carne e

del momento

resterà un sapore vago

come quello dell’unto in fondo al piatto.

Ci vorrà poi la data scritta dietro

per non dimenticare il giorno in cui

fummo tanto felici.

 

JORGE AMADO

SANTA BARBARA DEI FULMINI

LA TRAVERSATA PER MARE

L’IMBARCO.   Quel giorno,  in orario vespertino intempestivo,  spuntò alla baia di Tutti i Santi,  proveniente da Recôncavo,  il Viajante sem Porto,  con tutte le vele al vento – il mare è un manto azzurro,  disse l’innamorato all’innamorata.  Per strano che possa sembrare,  non si udiva,  sulla scia del vento,  la voce di Maria Clara,  languida nello struggimento d’una canzone d’amore.

Ciò accadeva perché,  oltre al carico abituale e odoroso di ananas,  caju e manghi,  il peschereccio aveva ricevuto,  in Santo Amaro da Purificação,  l’incarico – o per meglio dire la missione – di trasportare nella capitale l’immagine di Santa Barbara,  quella dei fulmini,  famosa per la bellezza secolare e perché miracolosa,  prestata dalla parrocchia,  con non dissimulata riluttanza del padre Vicario,  per figurare in una strombazzata Mostra d’Arte Religiosa,  commentata in prosa e in versi dalla stampa e dagli intellettuali:  “l’evento culturale dell’anno”,  come lo proclamavano i giornali.  Per soddisfare alla sacra incombenza,  mastro Manuel aveva cancellato la partenza mattutina,  ritardandola di quasi dodici ore;  ma l’aveva fatto volentieri:  valeva la pena,  e poi,  dona Canô non chiedeva,  ordinava.

Il parroco si sentì meno afflitto per il fatto che partecipavano al viaggio un sacerdote e una suora;  lui giovane e moderno,  capelli spettinati,  vestito in borghese;  lei anziana,  magra,  pallida,  l’abito nero;  la provvidenza divina,  che mai viene meno,  li aveva fatti imbarcare insieme con la Santa:

“Veglino su di lei,  durante la traversata,  soprattutto facciano attenzione alla foce del fiume,  le acque sono volubili,  e il vento soffia forte.  E che Dio li accompagni.”

Aiutati dal Vicario,  dal sagrestano e da dona Canô,  fra litanie e applausi dell’irrequieto stuolo delle beghine,  il sacerdote e la suorina procedettero alla cerimonia dell’imbarco.  Ma nello scendere la passerella scivolosa,  preferirono affidare il piedestallo con la statua pellegrina alle mani marinare di mastro Manuel e sua moglie Maria Clara,  che la deposero con reverente cautela a poppa del peschereccio.  Là,  in piedi,  la maestosa effigie della Santa cattolica pareva una polena di barca,  votiva figura di prua,  entità pagana e protettrice.

 

LA SUORA E IL SACERDOTE.   La brezza della sera a gonfiargli le vele,  se ne partì il peschereccio con la Santa.  Al timone,  mastro Manuel sorrise al reverendo e alla buona suora:  non abbiano timore,  Santa Barbara non corre alcun pericolo.

Seduta vicino al piedestallo,  Maria Clara sta attenta alla stabilità dell’immagine,  impedisce che il beccheggio dell’imbarcazione ne minacci l’equilibrio.  Non abbiano timore,  aggiunse per tranquillizzarli completamente,  mentre esaminava e lodava la finezza delle rifiniture della portantina adorna di broccati e nastri,  ricami e trine,  opera delle devote della Confraternita di Nostra Signora della Buona Morte della vicina città di Cachoeira,  pie vecchiette,  artiste dalle dita d’oro.  Ah!  fosse stato per loro,  la Santa avrebbe viaggiato ricoperta d’oro e d’argento,  oro vecchio,  argento ottocento;  ma il direttore del Museo aveva rifiutato,  perentorio:  aveva ricusato perfino il reliquario della confraternita – quell’antipatico!

Assicurazioni degne di fiducia,  quelle di mastro Manuel e sua moglie;  ma la suorina,  chiusa nel suo abito liso e severo,  temé per la sicurezza della Santa per tutto il tempo della traversata,  che si trovassero in mezzo alla corrente del fiume,  oppure nella maretta del golfo;  ma non disse nulla,  non lasciò trasparire la propria inquietudine,  si limitò a pregare,  passando e ripassando i grani del rosario:  la brezza che circondava l’immagine della Santa veniva a morire sulle sue mani ossute.  Per lei il viaggio fu lungo e preoccupante;  non respirò sollevata che quando il peschereccio puntò verso la Rampa del Mercato:  era andato tutto bene,  Dio sia lodato!  Ben presto la Santa,  col suo mazzolino di fulmini e saette,  sarebbe stata al sicuro nel Museo d’Arte Sacra dove il direttore,  un frate tedesco,  dottore emerito,  tre volte  erudito,  autore consacrato,  con la sua tonaca candida impeccabile,  l’aspetta ansioso – sull’origine e l’autore della famigerata scultura aveva redatto una comunicazione di ampio respiro e azzardata.  Solo ora,  liberata dal suo lungo timore,  suor Eunice chiuse gli occhi,  si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo e poté,  finalmente,  avvertire la dolcezza della brezza.

 

CHICO BUARQUE DE HOLLANDA

(Rio de Janeiro 1944 – )

OH CHE SARÀ

Che sarà che mi accade

Che mi agita qui dentro,  sarà che mi accade

Che sorge a fior di pelle,  sarà che mi accade

E mi viene sulla faccia e mi fa arrossire

E che mi salta agli occhi e mi fa tradire

E che mi stringe il petto e mi fa confessare

Quello che non è più possibile dissimulare

E che neanche è diritto di nessuno rifiutare

E che mi fa mendico,  mi fa supplicare

Che non ha misura,  né mai ce l’avrà

Che non ha ricetta

Che sarà che sarà

Che accade dentro di noi e che non doveva

Che c’insulta,  che è ribelle

Che è fatto come un’acquavite che non sazia

Che è come essere malato di una pazzia

Che neanche i dieci comandamenti riusciranno a conciliare

Né tutti gli unguenti potranno guarire

Né tutti i malocchi,  né tutta l’alchimia

Neanche tutti i santi,  sarà che sarà

Che non ha riposo,  né mai ce l’avrà

Che non ha stanchezza,  né mai ce l’avrà

Che non ha limite

Che sarà che mi accade

Che mi brucia qui dentro,  sarà che mi accade

Che mi turba il sonno,  sarà che mi accade

Che tutti i tremori che mi vengono ad agitare

Che tutti i colori mi vengono a stimolare

Che tutti i sudori mi vengono a bagnare

Che tutti i miei organi stanno a reclamare

E un’afflizione spaventosa mi fa implorare

Che non ha vergogna,  né mai ce l’avrà

Che non ha governo,  né mai ce l’avrà

Che non ha giudizio…